Cure: The Life of Another

Cure: The Life of Another (2014) – Andrea Staka / Svizzera

Sicuramente complesso, definito da una somma di diverse considerazioni che vanno a sommarsi tra loro in una rete psicologica che avvolge e penetra all’interno della storia quasi come fosse un personaggio reale: quasi come se (e di fatto così è) l’intera opera si basasse non tanto su ciò che succede, quanto su ciò che, fin dal primo momento, ogni fatto, ogni licenza onirica e ogni voluta ripetizione circostanziale crea volutamente, e cioè una prospettiva totalizzante che si sostituisce all’opera stessa ridefinendola completamente e dandole un significante proprio.

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1993. Linda si è da poco trasferita in Croazia insieme al padre. Lì ha conosciuto Eta, con la quale ha instaurato un intenso quanto particolare rapporto, incentrato su sottintesi d’identità e sessuali. Tempo dopo, in seguito ad un diverbio, Eta cade da una rupe morendo: da quel momento intorno a Linda inizierà a crearsi un’atmosfera che, tra malattia e instabilità, allucinazioni e perversioni, porterà a confondere le due amiche, unendole in un’unica  identità, in un’unica persona.

Dopo i totalmente sociali trascorsi artistici del precedente ‘Das Fraulein’, tra l’altro ben riconosciuti e anzi premiati a Locarno col Pardo d’Oro nel 2006, la Staka cambia direzione, mantenendo l’impostazione contestuale del primo lungometraggio ma costruendo il tutto in maniera molto differente. La contestualizzazione sociale dunque come gli stessi personaggi rimangono gli unici due fattori ad accomunare le due opere della regista. Qui notiamo infatti una precisa rimembranza quasi à la Bergman nel tessuto di fondo fortemente psicologico (in particolare ad opere come ‘Persona’ o ‘Luci d’inverno’), che va ad incastrarsi precisamente ad un sceneggiatura fortemente caricata su questo punto di vista e ad una regia totalmente nuova e di grande impatto. Fin dal principio osserviamo la protagonista nel suo rapporto con l’amica, e fin dalla prima scena veniamo introdotti in un un gioco di scambi e di immedesimazioni che, se da un lato prova a rendere il concetto in maniera troppo sbrigativa e abbozzata, dall’altro riesce a rendere bene quanto illustrato. L’incipiente fusione delle due figure successivamente porta ad un lento ma inesorabile cambiamento, che crea come una sorta di distacco dalla realtà, un istante prolungato all’infinito dove a dominare non è più ciò che si vede, quanto ciò che si percepisce a livello psicologico, quella carica di sotteso, ipnotico terrore che sfocia inevitabilmente in un onirismo al contempo pauroso ed eccitante.

Ma non bisogna tralasciare nemmeno gli echi polanskiani che, in particolare pensando a ‘L’inquilino del terzo piano’, risultano inevitabilmente i padri della suddetta opera. L’autrice attua difatti un processo simile a quello appena citato, solamente contestualizzandolo, oltre che socialmente anche storicamente, in un periodo di guerre, di incontrollabili e incalcolabili morti, dove fuggire dal paese natale e rifarsi una vita erano un’affermata quotidianità. E in questo scenario si incastra perfettamente la vicenda di Linda: la sua inconscia immedesimazione in Eta sottintende la sua ammirazione per essa, ovvero il simbolo di tutto ciò che vorrebbe essere, coraggiosa, fiera, intelligente, innamorata: se da una parte la morte di questa viene fatta figurare come una tragedia, come un evento importante, dall’altro è solo quello che Hitchcock chiamerebbe un macguffin, ovvero un semplice pretesto per introdurre lo spettatore nel delirante gioco di identità che si manifesterà poi per tutta la durata dell’opera. Il terrore però viene lasciato da parte; Staka si concentra sul livello subcosciente della giovane ragazza, penetrando nella sua mente e riproducendone frammentariamente gli impulsi e le emozioni.

Un’opera che a livello tecnico palesa perciò una competenza e un impegno lodevoli e sofisticati, interferendo intelligentemente con la storia e anzi lasciandone sullo schermo unicamente i suoi aspetti necessari. La conseguente trasformazione da dramma a grottesco è lenta e bizzarra, in quanto viene creata una catena di situazioni che sfociano in risultati poco voluti e fraintendibili, né cioè pienamente grotteschi né tanto meno completamente drammatici o onirici, lasciando perciò sullo schermo una quasi-realtà che confonde e che destabilizza, dove a dominare sono allegorie, metafore fortemente caricate e sequenze intere fin troppo enfatizzate. Inoltre, una certa inconcludenza, una, seppur poco percettibile, incapacità a rendere al meglio delle possibilità la storia (a dire il vero fin troppo complicata) sono piuttosto evidenti.

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Voto: ★★★/★★★★★

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