Cleo dalle 5 alle 7

Cléo de 5 à 7 (1962) – Agnès Varda / Francia

Ricalcando la scia di una Nouvelle Vague da poco sbocciata, Varda confeziona qui un’opera intelligente, ben calibrata e abile, nonostante la comprensione dei suoi limiti, nel costruire una dimensione totalmente psicologica intorno all’intera vicenda, seguendo pari passo la sua protagonista e lasciando aperte le porte di un’immedesimazione che, perfino nella natura alquanto scarna della trama, riesce a risultare totalmente e incredibilmente vera. Il secondo lungometraggio dell’autrice belga si conferma pienamente riuscito e in linea con un modo di fare Cinema saggio e originalissimo.

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Parigi. Una giovane cantante scopre di essere malata così, spaventata e ormai rassegnata a morire, vaga per la città in cerca di conforto. Il film segue due ore della seguente giornata, durante le quali appunto attende i risultati del medico. La sua mente vaga, i suoi pensieri si soffermano sulla vita stessa, e tra vecchie e nuove conoscenze si incontrerà con un soldato, condividerà le sue pene e ne uscirà come resuscitata, matura e cosciente di fronte alla realtà, finalmente pronta ad affrontarla.

Quando ci si trova di fronte ad opere simili bisogna innanzitutto adeguarsi alle stesse in quanto spettatori intelligenti, ossia analizzarle prima dal punto di vista sociale e umano, per ciò che racchiudono in sé. Se in quello stesso periodo maestri del calibro di Godard, Rohmer o lo stesso Antonioni, stavano studiando alla loro maniera il punto di incontro tra l’individuo calato nel proprio contesto sociale e tutto ciò che formava lo stesso fino a renderlo fonte di disagio esistenziale, qui la Varda non si allontana troppo da tutto ciò rappresentando, attraverso la storia di una donna, un viaggio secolare nella coscienza umana, scevro da abbellimenti narrativi e munito solamente del grande potere di una semplice riflessione. Riflessione certo contestualizzata, poiché in quanto ragionamento esistenzialista abbisognante di una certo vuoto; vuoto che deve essere colmato dalla sostanza del ragionamento, non certo da avvenimenti o riferimenti di alcun tipo. E anche sotto questo punto di vista qui si nota una netta riuscita, una decisa presa di posizione nei confronti di un Cinema impegnato  slegato da ogni tipo di canone antecedente, persino da quello utilizzato anni prima dal cosiddetto realismo poetico.

C’è da dire poi che il paragone al ‘Questa è la mia vita’ del già citato autore francese è d’obbligo, innanzitutto per quanto riguarda l’impostazione narrativa. Varda spezza volutamente l’opera in vari segmenti apparentemente non collegati se non da un nesso temporale, collocandoli però in uno spazio ben preciso, che non si rifà al tempo, bensì al flusso di coscienza woolfiano di cui certamente ricordiamo le sue radici Dallowayiane. La riflessione è l’unica, vera interprete e analista della storia, mentre la protagonista non è che il pretesto, l’oggetto necessario alla dissertazione. I vari corpi narrativi, dunque, se così li possiamo chiamare, accentuano unicamente la vacuità di un qualsiasi ricongiungimento con la temporalità, ridicolizzandola e mettendola proprio per questo su un piano secondario. Si viene a creare perciò una situazione dove l’intera vicenda fluttua in una dimensione a sé stante, e dove gli incontri della protagonista rappresentano il metro di giudizio con quale la protagonista stessa (insieme allo spettatore) forma e modella la propria concezione di vita e di esistenza, di passione, di sentimento, e dunque di tutto ciò che definisce l’atteggiamento umano.

Non è sicuramente rilevante che essa sia una cantante come non lo è il fatto che abbia incontrato un soldato piuttosto che una vecchia amica o altro, e ciò è sottolineato dalla regia, che non lascia adito a dubbi né a considerazioni alternative. Per l’intera durata della pellicola l’occhio della cinepresa penetra profondamente nella mente della giovane, empatizzando con la stessa e condividendone le paure e i timori, le impressioni (come quelle espresse nei confronti del fidanzato), ma soprattutto riuscendo ad alternare e orchestrare in maniera intelligentissima le parti dialogate con quelle riflessive e di pura interiorizzazione del contesto, elemento che ne favorisce la comprensione ma che soprattutto ne annulla l’eventuale noia rendendo l’opera una vera e propria sinfonia umana.

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Voto: ★★★/★★★★★

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