Padre padrone

Padre padrone (1977) – Paolo e Vittorio Taviani / Italia

Cantastorie dai mille volti, portabandiera di realtà sociali marginali, Paolo e Vittorio Taviani giungono all’apice della loro carriera con un’opera devastante, oscena, quasi sadica nel mostrare il volto di una civiltà nella civiltà, o per meglio dire una non-civiltà. Mai come in questa sede il duo di cineasti toscani si era spinto oltre i limiti del buongusto: discorso oramai non più solamente politico, sguardo che eccede le convenzioni del panorama cinematografico italiano loro contemporaneo. L’opera, del resto, accompagna quell’impegno che solo in pochi vantavano all’epoca (e.g. Grifi, Olmi, Cavani), spontanea l’analogia con ‘L’albero degli zoccoli’, (prodotto solo un anno dopo) che segue un percorso assai diverso pur partendo dalle medesime basi.

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È la parabola di Gavino Ledda, le cui vicende sono tratte direttamente dalla sua autobiografia. Dai primi giorni di scuola, passando per l’arruolamento nell’esercito sino al primo giorno da insegnante, la sua vita è perennemente oscurata dalla tirannia del padre, figura violenta e autoritaria. L’estrema povertà e l’analfabetismo di massa spingeranno Gavino a volersi liberare della propria condizione sociale, superare l’inettitudine sarà il suo fine ultimo a costo di dover fronteggiare il padre.

La storia di una vita che è simbolo di un popolo. Appare traumatizzante l’immersione nella realtà rurale sarda, altrettanto tragica è la riflessione sull’irreversibilità dello status di profonda indigenza nell’individuo. In aggiunta alla mancanza economica subentra quella culturale: i miti e le tradizioni del luogo non fanno che ostacolare la libertà del singolo, riportano a un contesto primitivo di barbarie e disgregazione. Prima su tutti l’imponenza soverchiatrice del padre sui figli, soffocante ed esasperata funge unicamente da educazione all’odio, spiana la strada all’apatia, all’annichilimento. Ecco che solo uscendo dal proprio nucleo ci si riesce ad accorgere delle limitazioni culturali maturate in virtù della propria formazione, in questo senso la comunicazione fa da protagonista, ponendo su un piano di umiliante inferiorità nei confronti del prossimo (di fatto, il dialetto sardo rappresenta un idioma a sé stante).

Fondamentale resta però l’approccio alla materia. Gli autori optano per uno stile che ricerca sì di comunicare con lo spettatore (e anzi la narrazione – soprattutto inizialmente – si muove senz’altro in questa direzione) ma bilancia con un’immedesimazione decisamente poco probabile. La crudezza degli eventi mostrati, forte di un punto di vista corale espresso sotto forma di pensieri, è tale da portare al disgusto: zoofilia, violenza e omicidio sono all’ordine del giorno, la vita condotta dai pastori è tale da scuotere irrimediabilmente, tanto più quanto capiamo essere effettivamente tale. Eppure, non pare esservi traccia di moralismo alcuno nel compendio finale dei Taviani, l’amarezza di Gavino è destinata a ripetersi nei panni del prossimo giovane così come quella del padre è destinata a Gavino stesso. Un’ellisse, dunque, un cerchio – tutt’altro che perfetto – e nel mezzo loro, Paolo e Vittorio Taviani.

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Voto: ★★★/★★★★★

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