Blade Runner 2049

Blade Runner 2049 (2017) – Denis Villeneuve / USA

Che i remake non siano mai un’impresa agevole è noto, tanto più se l’originale è uno dei massimi traguardi raggiunti dall’industria hollywoodiana negli ultimi quarant’anni. Scott, regista del primo, celebre ‘Blade Runner’, lascia qui la direzione al canadese Denis Villeneuve (reduce da opere visionarie seppur non sempre pienamente convincenti come ‘Enemy’ e ‘Arrival’): quest’ultimo, di rimando si dimostra non solo pienamente in grado di svolgere adeguatamente il compito, lasciando soddisfatti i sognanti fan del film cult annata 1982, ma nondimeno inaspettatamente persuasivo sotto molti punti di vista, primo su tutti quello tecnico. ‘Blade Runner 2049’ infatti vive e si alimenta di un registro tecnico d’élite (brevi e rarefatti i dialoghi, molto più rilevanti la componente visiva, il ritmo, il punto di vista autoriale), ultimamente molto in voga tra autori come Iñárritu e la Coppola in cerca di approcci stilistici meno convenzionali, stravolge le tempistiche tradizionali del caso – il thriller poliziesco e la lotta interiore del protagonista – sovverte gli equilibri tra eroe ed antagonista (quest’ultimo ad un certo punto viene abbandonato mentre a farne le veci sarà il suo braccio destro) ma, più importante, incanta per la maestosità di immagini ultimamente vere e proprie rarità sul grande schermo. Niente di superlativo, per intenderci, certo è che quest’opera ora come ora un po’ spiazza, piacevolmente. Del resto, Oltreoceano la tendenza al semplice “compitino” d’intrattenimento dilaga talmente che, nell’imprevisto non si può che scorgervi qualcosa di buono e ben accetto.

Trent’anni dopo gli eventi del capitolo precedente, in una Los Angeles rimasta pressappoco invariata se non per l’ancor più imperante sviluppo tecnologico e l’ordine per le vie fosche e costantemente buie, i replicanti si sono integrati alla perfezione all’interno della società e il compito dei Blade Runner come il protagonista K., è ora quello di ritirarne i modelli più vecchi. L’impero di Tyrell è stato soppiantato da quello di Wallace ma tutto sembra poter crollare quando K. stesso scopre i resti sepolti di un replicante di prima generazione in evidente stato di gravidanza. Da quel momento egli dovrà inseguire le tracce di un miracolo tecnologico che ha permesso la procreazione tra due androidi, destreggiarsi alle porte di un’imminente rivoluzione ma soprattutto scoprire chi è veramente, se un umano, come alcuni indizi sembrano suggerire, o un androide ingannato dai propri innesti.

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Inutile vaneggiare sulla trama, questo BR, così come il proprio antecedente, sembra non voler chiarire alcun dubbio, anzi, semmai porne di nuovi. Nel farlo però conserva e rinnova quel fascino, quell’intelligenza, quella maestria che, più che stonare, avvincono e convincono senza (o con poche) riserve. Si disfa fin dai primi minuti del dramma di essere all’altezza del prequel sviluppando una storia (nonostante le apparenze) semplice ed essenziale quanto la precedente ma forte di una propria identità. Identità che si nota essere forte e originale anche soltanto per l’incesso, statico e tipicamente contemplativo. Le atmosfere tarkovskiane tornano nuove così come l’esistenzialismo che le contraddistingueva. Le citazioni ed i riferimenti letterari inoltre abbondano, dal Nabokov di ‘Fuoco Pallido’ al Kafka de ‘Il Castello’. I protagonisti di quest’ultimo romanzo e della pellicola in causa infatti, guarda caso, condividono il medesimo nome, come a voler chiarire fin da subito che la natura del protagonista (come del resto quella dello stesso Deckard) non verrà mai chiarita così come la sua appartenenza ad un mondo piuttosto che ad un altro, la sua alienazione nei confronti del presente e così via. L’amore, la sua natura, il suo sviluppo ed il suo possibile futuro sono nuovamente al centro dell’opera, sembrano costituire un interrogativo anche più grande di prima, dalla compagna virtuale del giovane K. (una sorta di ologramma attivabile e disattivabile con un semplice click) alla questione Rachel, la compagna di Deckard nel film di Ridley Scott, la scintilla che innescherà un possibile futuro anche per gli androidi.

Un universo, dunque, quello di Villeneuve che, all’interno dei suoi onerosi centosessantaquattro minuti, non lascia molto spazio a divagazioni o compromessi col pubblico meno colto. Le atmosfere cupe, il silenzio di un Gosling duro e malinconico, scavato interiormente dai propri drammi personali, i colori accesi, i brillanti giochi di luci, la serietà con cui si prende il film stesso o ancora quel raffinato senso estetico che fa di ogni inquadratura un quadro e la straordinaria, amara intensità del finale, non lasciano adito a dubbi. L’autore si riallaccia ad un mondo, quello di BR, preesistente nell’immaginario collettivo eppur moderno, rinnovato, saturo di un esistenzialismo interpretato in chiave del tutto personale e, a differenza di altre sue opere, mai azzardato o lezioso. Intriso di poeticità e mestizia, BR2049 è un film ipnotico e persuasivo, seducente seppur limitato dal contesto all’interno del quale si muove.

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Voto: ★★★/★★★★★

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