Monografie #3 – Aleksandr Sokurov / Parte 2

Madre e figlio (1997) – ★★/★★★★★

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Simbolico spartiacque tra i due stadi stilistici della poetica dell’autore, “Madre e figlio” è altresì l’opera cardine di Sokurov nonchè un’ode struggente all’amore filiale, visivamente freddo, traversato da venature e/o tonalità di verde e marrone che ne risaltano il carattere patologico, malsano. Da Friedrich alla Pietà di Michelangelo (i cui ruoli vengono però invertiti mentre i toni passionali conservati), AS concepisce dunque la pellicola come un dipinto sul piano visivo mentre, stilisticamente, ne dilata e sacralizza i tempi (oltre allo schermo) abolendo quasi del tutto i dialoghi e valorizzando di conseguenza i movimenti, sempre estremamente attenuati: concependo l’affetto tra i due personaggi come un qualcosa di immensamente grande ma anche di fragile, effimero. È come se il presagio di morte imminente della madre portasse il figlio ad una mistica, panica immersione nel paesaggio circostante (e in tutto ciò che esso vanta coi propri suoni e le proprie forme) e solo in ultimo alla presa di coscienza.

Moloch (1999) – /★★★★★

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Primo capitolo della trilogia sul potere poi continuata con “Toro” e “Il Sole” nonché secondo lavoro dedicato al Führer del Terzo Reich, “Moloch” si afferma per l’uso di un linguaggio che guarda alle origini del percorso sokuroviano ma anche e soprattutto per uno sguardo ebbro, saturo d’astio e malessere per un uomo, Adolf Hitler, banale, arrogante, un sempliciotto come tanti esaltato dal controllo sul prossimo. Berchtesgaden, Alpi Bavaresi. Il rifugio dei massimi esponenti del comando tedesco appare in queste ventiquattro ore di ritiro come un freddo, triste castello riempito dalle ombre di gentucola e riscaldato solamente da quella che probabilmente è la vera protagonista, la sola a vantare una vera e propria immunità verbale e comportamentale nei confronti di AH: Eva Braun. Un senso di tragica, mostruosa calma riempie ogni attimo, gli esterni così come gli interni suggeriscono un terrore angosciante, che si trascina nel corso dell’opera dilatandosi come un buco nero. Sokurov si concentra sulla dissacrazione della figura portante dell’opera, ne mette in ridicolo ogni aspetto senza per questo sottrarre al soggetto (contesto storico e conseguenti tematiche, vedi Olocausto, disfatta di Stalingrado ecc.) la propria entità catastrofica, orribilmente decadente, inconcepibile.  

Dialogues with Solzhenitsyn (2000) – /★★★★★

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La figura di Aleksandr Solzenycin proviene da questo stesso contesto di orrori e vessazioni, esperienze chiaramente vissute in veste di vittima, non più carnefice. Un uomo divenuto incontestabilmente famoso per aver raccontato al mondo la vita nei gulag attraverso i suoi scritti, eppure non è certo di questa permanenza che parla l’opera. Come in tutte le pellicole ad personam girate dall’autore, l’operazione attuata è sempre quella di ricercare una veste altra nell’individuo centrale, approfondirne gli aspetti più trascurati della vita, del pensiero di quella stessa persona che, nel bene o nel male, acquista interesse a discapito di tutto il resto. Diviso in due parti (Uzel e Dialogues) per ragioni probabilmente più pratiche che teoriche, il documentario è una continua riflessione sulla vita, non quella dello scrittore, da una prospettiva universale. Si parla di letteratura russa, di musica, religione, morale… il pensiero politico e le memorie di Solzenycin affiorano nel corso dei continui discorsi che riempiono senza sosta le tre ore di durata ma non vi è mai una vera e propria ricerca dell’accaduto, Sokurov sembra molto più interessato a riprendere il flusso di idee che popolano il pensiero dello scrittore russo, la sua spiritualità.

Dolce… (2000) – /★★★★★

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Ancora una volta un dolore, una perdita, ancora una volta uno scrittore qui prematuramente scomparso, Toshio Shimao, e a ricordarlo la moglie Miho ormai anziana. Il ricordo vivido, attuale, riappare agli occhi della donna, una cicatrice insanabile. Insopprimibile in quanto a rammentarlo è la figlia malata, anch’essa toccata dal lutto. Si ode l’eco del mare ma è la voce della protagonista, il suo lamento incessante, a catturare l’attenzione. Pagine di un diario fotografico, formato verticale atipico per l’autore che qui cambia lo schema ma lascia invariate le voci che tanto contraddistinguono il suo Cinema, il cordoglio sconfinato e il sentimento di abbandono che ne segue. Sono nuovamente le sensazioni a vincere sulla rappresentazione, il mezzo stesso a perdere di significato di fronte alla vicenda narrata, seppur l’audacia registica colpisca per la propria discrezione.

Toro (2001) – /★★★★★

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La Storia si fa pretesto per intraprendere una meditazione sul potere, o meglio sui s/oggetti del potere, su ciò che comporta l’autorità da un punto di vista esclusivamente umano, gli effetti che gravano sull’individuo stesso. Lenin nel suo periodo crepuscolare, dall’inizio della malattia, da quando non ha più reale voce in capitolo nella storia della Russia, nel frattempo le sue condizioni fisiche e mentali sono in progressivo deterioramento. Crepuscolare come la fotografia, qui particolarmente annebbiata, caratterizzata da un fuori fuoco che restituisce con efficacia il senso di perdita e di fragilità che avvolge il protagonista, l’uomo. Non il presidente ma, appunto, l’uomo è ciò che si vede, per quanto divorato dal suo male. Certamente non si tratta di uno dei Sokurov che rimangono più impressi nella memoria, ciò che difficilmente si dimentica è tuttavia la ricerca, quasi maniacale, di neutralità dell’autore, il suo disinteresse etico che allo stesso tempo dimostra estrema sensibilità.

Elegia di un viaggio (2001) – ★★/★★★★★

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Come un fenomeno al di fuori dello scibile si manifesta “Elegia di un viaggio”, che nelle sembianze di un oggetto amorfo presenta un itinerario inviluppato in una veste alchemica, sebbene costantemente pervaso da un respiro etereo, solenne. Si traspone la realtà in una dimensione che non lo è affatto e che al contrario appare sospesa in un limbo disteso nello spazio che conduce alla catarsi del corpo e dello spirito. Il suono flebile di una voce ed una figura anonima accompagnano in questo viaggio racchiudente in sé l’esperienza di un (mai) vissuto, ovverosia la testimonianza di un sogno per sua stessa natura non altrimenti ponderabile se non nell’indefinito. Le immagini foderate dalla nebbia sostituiscono il pensiero, riflettono sulla posizione dell’arte rispetto al tempo, sulla possibilità di stabilire un contatto tra l’uomo e l’opera d’arte stessa; finiscono così ad abitare un museo, cattedrale di un patrimonio onnipotente (da qui l’idea sviluppata l’anno successivo), dimora di un bene che è la vita stessa.

Arca russa (2002) – recensione – ★★/★★★★★

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Svolta cruciale all’interno del percorso cinematografico dell’autore, “Arca Russa” rappresenta soprattutto una fulgida dimostrazione di Cinema tecnicamente, esteticamente e culturalmente eccelso. Con gli occhi di un visitatore non identificato nonché accompagnati da un illustre marchese (tale Astolphe de Custine), vaghiamo infaticabili per le innumerevoli sale del Palazzo d’Inverno, oggi museo dell’Ermitage, osservando però tutto quanto ci circonda cambiare in continuazione. Stagioni, epoche, personaggi, dal settecento ai giorni nostri, da Pietro il Grande a Nicola II attraverso un oceano sospeso nel tempo e nella memoria. Ciò su cui verte l’intera opera è, e rimane fondamentalmente, il tentativo di appropriarsi di un linguaggio extra-sensoriale, che tramandi il culto della bellezza, la perfezione dell’inquadratura in campo cinematografico e l’attenzione per il trascorso storico. Non ci sono parole sufficientemente esaustive per raccontare Arca Russa: è un viaggio incantato e ammaliante, stratificato e pluri-significante, devoto verso ogni Arte, severo verso il passato ma anche leggero e vaporoso come una nuvola, come un sogno.

Padre e figlio (2003) – /★★★★★

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“Un eccesso d’amore” afferma Sokurov, una relazione dai lineamenti indefiniti, avvolta in un timido chiaro-scuro, in quei fasci di luce che scaldano padre e figlio tacendo o forse sussurrandoci un affetto che non ha denominazioni, matrici né tanto meno una fine. Nuovamente, più che mai anzi, non si parla di uno sviluppo, di fatti, quanto proprio di sguardi, di corpi scolpiti nell’ombra, di un amore che, qui al secondo dei suoi tre incontri sokuroviani, vive in virtù di una semplicità disarmante che, distrattamente tacciabile come omosessuale, rivela invece la propria natura grezza, casta, quasi divina, soprasensibile. AS recupera l’armonia e la tenera sensibilità dei suoi primi lavori staccandosi nettamente dal contesto ritratto e focalizzandosi sul substrato dell’opera, imprime corpi in spazi angusti marcandone i tratti e le movenze, registrandone i turbamenti. Gelosia? distacco? lui padre osserva Aleksei crescere, arruolarsi, fidanzarsi. Il tempo scorre, lentamente forse, troppo in fretta nei fatti.

Il sole (2005) – /★★★★★

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Due anni dopo si conclude la trilogia dedicata alle grandi figure del ‘900. È il turno dell’Imperatore Hirohito, colto, come Hitler e Lenin, nell’inerzia più completa, consumato dal peso della disfatta bellica, spossato, estremamente scosso emotivamente. Un’umiliazione colossale dalla quale ne seguirà una seconda, forse ancora più grande. Qui, però, a differenza di quanto si poteva riscontrare nei precedenti capitoli della trilogia, si nota uno sguardo critico rivolto, in questo caso, verso le forze statunitensi. I militari USA sbeffeggiano, soggiogano implicitamente il personaggio centrale ormai ridotto a nullità. Da qui l’armistizio e, successivamente, la dichiarazione della natura umana, ossia la vera mortificazione morale se si pensa alla cultura giapponese, alla sua storia (un impero plurimillenario). Hirohito, privato ormai di qualsiasi dignità e stima di se stesso, si rassegna e rinuncia al proprio status di divinità, entità sacra e venerabile, si abbandona al vuoto che resta. Sokurov è dalla sua parte.

Elegia della vita. Rostropovich, Vishnevskaya (2006) – /★★★★★

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C’è molto poco di elegiaco nell’ultima elegia girata da Sokurov, dedicata ad una grande coppia del mondo musicale classico. Interviste e filmati di esibizioni teatrali del passato ricoprono la durata del film che avanza con fatica, non tanto per la natura dei temi trattati – di certo non una novità per l’autore – quanto più per la piattezza, la quasi totale assenza di quel lirismo che caratterizzava le altre elegie richiamando più lo stile della poesia che quello del documentario. Ecco, questo invece si ferma al documento, alla divulgazione di esperienze senza apportare granché di suo, e i (brevi) tentativi di universalizzare il contesto risultano alquanto vani (ad esempio la decisione di rievocare il ricordo del figlio morto della coppia, senza dubbio la parte più incisiva). Nel complesso troppo televisivo.

Aleksandra (2007) – /★★★★★

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Qui sia strutturalmente che esteticamente si combinano i canoni del vecchio stile con quelli adottati successivamente. È effettivamente riscontrabile un’attenzione insolita allo sviluppo degli eventi, ciononostante il film rimane molto legato a ritmi contemplativi, per certi versi rimanda a “Voci spirituali” (per la fotografia seppiata ancor più che per il contesto di sfondo); e come era per il documentario citato, anche qui le circostanze belliche non vogliono assumere vesti di valenza politica, al contrario: la guerra cecena rappresenta unicamente un retroscena, un cavillo narrativo adoperato per riflettere su un senso di umanità perduta, di comunità pensata come cooperazione di singoli per il raggiungimento dell’interesse collettivo. Una donna anziana, il suo coraggio e la sua immensa forza di volontà la spingono ad assistere il nipote fin dentro una base militare. Ciò che davvero risalta, pertanto, è la generosità d’animo della donna, l’amore incondizionato verso il prossimo, tutto ripreso con uno sguardo fortemente intimo, a tratti persino commovente.

We need happiness (2010) – /★★★★★

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Tra le poche co-direzioni di Sokurov, il documentario è esso stesso un viaggio che comporta l’immersione in una comunità isolata, segregata. I problemi che la stessa si trova ad affrontare tutti i giorni visti dalla parte di una donna in particolare, padrona di casa e sobbarcata della responsabilità di tutta la famiglia. Scopriamo della sua decisione di trasferirsi in terra straniera rinunciando a tutto e tutti solamente per l’amore provato verso un uomo, una scelta consapevole della guerra e delle difficoltà presenti in Kurdistan, regione dell’Iraq settentrionale. La forza di volontà e l’operosità della donna sono esemplari, l’autore le osserva con estrema ammirazione (allo stesso modo in cui guardava Aleksandra tre anni prima e Maria 30 anni prima).

Faust (2011) – recensione – ★★/★★★★★

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Difficile spendersi in dovizie di ragguagli senza rischiare di incappare in banalità. “Faust”, immaginario termine della quadrilogia sul potere iniziata con “Moloch” nonché adattamento cinematografico del celebre dramma di Goethe, corrisponde tutt’ora ad uno dei massimi vertici stilistici toccati dal cinema moderno. Ragguagli su intreccio e/o personaggi a parte, l’opera verte qui principalmente sul recupero della dimensione fantastica ideata originariamente dall’autore tedesco accostandosi però, più che ad un assunto prevalentemente cristiano, ad una netta umanizzazione del male in relazione al peso che esso stesso realmente riveste nell’animo, nel pensiero, nelle aspirazioni e nelle azioni dell’individuo (discorso questo prettamente atemporale, non contestualizzato). Un inebriante, decadente sproloquio che inneggia ad una perdita di ideali insindacabile, un saggio artistico dove la spazialità viene nuovamente sospesa in un non-luogo ideale grazie ad un formato decentrato e ad una fotografia arcaicizzante.

Francofonia (2015) – /★★★★★

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Grottesco, a tratti satirico, sempre contrassegnato da una malinconia di fondo, l’ultimo lavoro del cineasta lascia attoniti per la diversificazione di generi (rappresentanti una novità, così per come accostati) ma è altresì un ibrido strutturale che richiama molto in questo senso “Elegia dalla Russia…”, contrariamente a quest’ultimo, però, qui la narrazione riveste una funzione molto più significativa in quanto fortemente carica di simboli, metafore e sillogismi. L’intero film si può dire che sia esso stesso una grande allegoria senza una vera direzione, precisa, o, per meglio dire, univoca. Si ragiona sul valore dell’espressione artistica in relazione alla Storia – ancora una volta siamo all’interno di un museo – ma c’è anche un forte senso di identità comunitaria. Il dialogo, quanto mai presente, funge da guida per condurre un percorso di meditazione che solleva una pluralità di questioni sull’ontologia dell’opera d’Arte; come aveva già fatto per esempio in “Elegia di un viaggio” e ancora prima in “The stone”, Sokurov si serve dell’assurdo e naviga nel tempo per ricondursi al presente e (far) riflettere su di esso. Una civiltà ha bisogno dell’Arte per credere di aver potuto lasciare qualcosa, ma se l’Arte proviene dall’uomo e, a dispetto di esso, non risente del tempo – dunque lo supera – allora l’operato artistico conduce l’uomo all’infinito, è esso stesso l’esistenza.

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