Prison Images

prison

Gefängnisbilder (2000) – Harun Farocki / Germania

L’operato di Farocki è fuori dubbio (ed anzi, rimane a tutt’oggi come uno dei principali motivi per cui lo stesso viene considerato in ambito documentaristico come uno dei massimi esponenti) abbia spesso e volentieri ammiccato ad una concezione di immagine fortemente educativa, esplicativa, quasi come se la stessa servisse non solo ad affascinare e a far riflettere ma anche e soprattutto ad auto-definirsi, auto-elevarsi ad uno stato di suprema intelligenza, un’autorità in grado di definire i contorni dei contesti via via scelti con voce perentoria. Lavorando sull’attitudine allo spazio circoscritto, quello di una prigione in questo caso, si viene a creare come una sorta di studio particolareggiato della materia, dell’uomo in rapporto a se stesso, alle proprie ansie, ai propri desideri, ma non solo.

Le quattro mura di una cella, quegli immensi portoni dai quali, forse, un giorno si uscirà, quei reticolati metallici che limitano azioni e pensieri, immaginazione e memoria: tutto sembra convergere verso una resa asettica, particolareggiata ma non per questo imparziale della materia trattata, verso una concezione di immagine che infrange volutamente i propri limiti rapportandosi col proprio osservatore come un docente con la propria passione, come uno studioso con la propria sete di sapere, senza freno, con una coscienza di uomo e di umanità che non poteva non tornare ai trascorsi bressoniani di opere qui riprese come ad esempio “Un condannato a morte è fuggito” e “Diario di un ladro”. La riproposta di opere altrui diviene dunque il mezzo per esplorare l’argomento in questione ragionandovi sopra con estrema professionalità, mantenendo l’intensità dei segmenti via via proposti ma alternandoli altresì a ciò che diviene immediatamente opposto e cioè la realtà dell’ambiente e ciò che lo caratterizza (si parlava a questo proposito di reticolati, portoni, sbarre, mura ecc.).

Ecco allora che “Prison Images” altro non fa se non riflettere sul concetto di attualità di un problema trasformandolo e in dato statistico e in fenomeno, non mancando di prendere come punto di riferimento i risvolti umani, un po’ come nel successivo “Respite”, analoga analisi operata però stavolta nell’ambito dei cambi di concentramento nazisti durante il secondo conflitto mondiale. Risvolti umani che si materializzano in ansia dilagante, paura della morte, incessante via di fuga, inesorabile scorrere del tempo o ancora, come nello straordinario “Un chant d’amour” di Jean Genet, desiderio, impulso sessuale visto come liberazione nevrotica frutto della propria confinazione, una ribellione che diviene amore verso se stessi e verso il prossimo, rabbiose masturbazioni incuranti del giudizio e degli sguardi altrui (carcerieri in curiosa osservazione).

È tutto parte di un complesso e continuo processo di decodificazione e destrutturazione della contemporaneità praticato spesso e volentieri intorno alle logiche belliche, a tutto ciò che da esse ne deriva e che alle stesse tende in continuazione, come ad esempio le industrie d’armi e lo sviluppo di quest’ultime nel corso del novecento. Qui, oltre a tutto ciò, sussiste una motivazione di stampo sociale, dove la brutale messa in mostra  di un determinato tipo di politica insiste nel convincere noi spettatori della creazione da parte dell’autore stesso di un linguaggio cinematografico dove l’immagine venga abilmente recuperata e tradotta per mezzo dell’immagine stessa, fortificata della propria intrinseca validità. Tutto ciò che sancisce e determina nelle proprie dinamiche il rapporto uomo-società diventa in pratica oggetto di analisi per una ricerca sui diversi gradi di autodeterminazione dell’individuo all’interno del proprio ambiente socio-politico. Non è dunque un mistero l’immensa importanza e validità del Cinema di Harun Farocki, ciò che però resta fondamentale è percepirlo per ciò che era e per ciò che, pur con le dovute attualizzazioni, trasmette ai posteri, ovvero un senso di denuncia attiva e partecipe del presente che si riflette nella propria Arte, quella di cineasta documentarista figlio di una comunità di stati.

Voto: ★★★★/★★★★★

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