Stone Boat Exhausted

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Stone Boat Exhausted (2016) – Michael Higgins, Cillian Roche / Irlanda

Comprimi l’umanità in un attimo, racchiudila in esso. Ciò che vediamo, i luoghi ai quali apparteniamo, la nostra stessa esistenza, tutto ciò ha un’origine, ma è solo tentando di risalire ad essa per tappe logiche sequenziali che perveniamo ad un inizio, a quell’epoca in cui un semplice pensiero smuoveva montagne e dove stelle, rocce, alberi, convivevano tra loro innocenti. Una performance, quella condotta ed immortalata da Higgins, dove l’esperienza evocativa diviene quasi un modo per celebrare i miti della propria cultura, quella irlandese, tramite un’esibizione che fa del mezzo cinematografico l’elemento chiave per trasformare in sensazioni, in stati d’animo, i punti chiave dell’opera prima del filosofo e scrittore John Moriarty, “Dreamtime”.

Adattando ed adattandosi ad essa, l’autore pone un’immagine decisamente sovversiva, sperimenta sul soggetto come sui mezzi tecnici adottati portando il suo “Stone Boat Exhausted” alle sembianze né più né meno di un ebbro, oscuro rituale dove la forza evocativa del verbo profetico si fonde con l’aggressività del comparto scenico (luci, colori, pannelli, ecc.). Opera che possiamo provare dunque basarsi sulla nozione di Tempo del Sogno (cosiddetta epoca o dimensione antecedente alla preistoria), sull’esistenza come amorfo esserci di astrazioni o tutt’al più sostanze più che di individui o creature; divinità rappresentate appunto da concetti basilari, elementi naturali quali acqua, fuoco o aria, per intendersi. Ciò che precede la realtà dei fatti, il cosiddetto accaduto, o in questo caso esposto, qui altro non è che l’evolversi, il manifestarsi di angosciosi e tribolanti racconti rappresentati in forma caotica e confusionaria, leggende che fanno dell’inesplorabile arco di tempo appena citato uno strumento di analisi critica dell’universo e delle leggi che lo governano.

La proiezione ininterrotta di immagini, la dinamicità dei movimenti di camera, i trucchi e costumi che rievocano le traduzioni aborigene restituiscono all’opera un senso di allucinazione che in un certo senso la costituisce e la precede. Tutto nasce da un’improvvisazione, da una pratica performativa totalmente estranea al concetto di dialettica formale (che fa, quindi, della forma il mezzo di comunicazione contestuale), piuttosto rifiuta di dichiararsi, di dichiarare una grammatica espressiva, ed attraverso tale negazione è già archetipo di un’evoluzione linguistica. Realizza il gesto solo quando questo è già avvenuto, così esalta i contrasti luminosi, la risonanza che provocano le parole enfatizzate a stretto contatto con il microfono, in questo solo ed unico senso acquisisce coscienza dell’oggetto filmico.

Ma ancora, il gesto, nel suo articolato, continuo imporsi all’attenzione altrui, sfrutta un’espressività grezza, primitiva, scandisce i propri passi sui toni di un paesaggio sonoro in continua metamorfosi, come sulla scia di un vero e proprio svolgimento. L’improvvisazione diviene lo strumento di concettualizzazione del verbo, l’intera opera si rivela essere un cammino mistico e il suo scopo esplorare le radici della patria Fodhla (ovvero l’Irlanda, epiteto derivante nella mitologia irlandese dall’omonima dea). È il fulcro del Cinema cosiddetto sperimentale, abbattere ogni filtro comunicativo esperendo non per mezzo del soggetto ma bensì per ciò che esso stesso significa nel suo essere, la sua sostanza. Detto questo il lavoro di Higgins, nei suoi sei mesi di riprese, incarna non soltanto la ridefinizione di un passato nazionale e universale ma soprattutto la ridefinizione totale del metodo di fruizione cinematografica di un qualsivoglia lavoro inerente alla materia in questione. Epocale.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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