Goodbye CP

Goodbye Cp

Sayonara CP (1972) – Kazuo Hara / Giappone

CP, ovvero “cerebral palsy”. Il cineasta Kazuo Hara rompe ogni distanza tra opera e pubblico, annienta ogni limite col reale osservando da vicino le esistenze di alcuni soggetti affetti da paralisi cerebrale. Li insegue, li avvolge, perseguita fin nelle loro dimore fino a subire i rancori degli stessi. Contro ogni immaginazione, al di là delle proprie possibilità, egli costruisce un quadro del Giappone dei settanta e del rapporto degli emarginati con loro stessi e con tutto ciò che li circonda assolutamente unico, irripetibile. Opera prima che preannuncia solamente in tutta la sua grandezza ai fasti di rarità come “Extreme Private Eros: Love Song 1974” e “The Emperor’s Naked Army Marches On”, lavori intimi e spregiudicatamente geniali come poco altro nel panorama documentaristico mondiale, “Goodbye CP” resta probabilmente ad oggi uno dei film più onesti e indignati mai realizzati.

“Saresti disposto a rovinare una famiglia per il tuo film?”. “Cosa vuoi da me?”. “Ci stai dando fastidio, è uno spettacolo di mostri. Basta, ti prego!”. Queste alcune delle espressioni che vengono rivolte contro l’autore stesso, alla base vi sono una disperazione ed un vigore figli di una condizione sentita come peso, come esclusione netta ed irrevocabile da tutto e da tutti, da una società insensibile, immune ai problemi degli emarginati, da gente che, come afferma uno dei protagonisti, lo avvicina ad ogni momento per fotografarlo, con la curiosità di chi si sente in qualche modo superiore, diverso ma soprattutto migliore. Nessuna indipendenza, ogni minima azione diventa uno sforzo indicibile, ogni pensiero impossibile da esprimere. Le parole che vengono scandite per tutta la durata dell’opera in un monologo continuo ed incessante risultano forti e chiare, impresse a fuoco nella mente. Hara, alternando i discorsi dei soggetti ripresi a frammenti della vita quotidiana degli stessi, costruisce un’opera di rara potenza: un documentario dove l’oggetto dell’analisi non è più tanto la malattia in sé quanto gli effetti e la proiezione della stessa all’interno della società Giapponese del periodo. Il disagio, la rabbia di chi vive strisciando per i marciapiedi come un verme, arrancando per le strade ignorato oppure in famiglia, assieme a moglie e figli cercando di costruirsi una nicchia, un rifugio dal mondo esterno; non vi sono dilemmi nè risposte, solo il coraggio di proseguire annaspando nell’oblio e nella diversità. Mondo che qui viene brutalmente messo in mostra dal cineasta nipponico a sue spese, spesso contro il parere dei soggetti stessi.

Se si osservano quei volti, penetrando in quegli occhi spenti, disillusi eppur mai così consapevoli, se si marcia con loro per le strade, si mangia con loro, si vive con loro, qui, in qualche modo, si è loro. Il concetto promosso dal regista è praticamente immediato, essenziale, osservare da vicino un’anomalia della società  per sottolinearne la sua discriminazione all’interno della stessa. Ciò che invece è tutt’altro che semplice e trascurabile, oltre chiaramente all’innovatività dell’opera, è  il carattere nettamente intimo e l’approccio brutalmente diretto della stessa. Il profilo politico è minore se non trascurabile, l’interesse ricade invece più sul porsi dell’autore e sull’onestà incondizionata proposta anche laddove questa  sarebbe potuta risultare nociva, prassi alquanto singolare. Hara lavora proprio sugli aspetti più scomodi del tema trattato, conservando e anzi acuendo la rabbia dei soggetti e dando quasi l’impressione di abbandonarli e di non empatizzare con loro, come a voler scatenare un grido di disperazione che ha il sapore della verità, della rassegnazione, atteggiamento straordinariamente efficace e inaspettato (la scena finale dell’opera ne è  un chiaro  esempio).

È soprattutto percependo il borbottio, quasi un lamento, del protagonista del film, che si viene a contatto con lo stesso; è dalla sensibilità che nasce il contatto emotivo, dalla consapevolezza di assistere ad un’opera che affronta la realtà ridicolizzando un mondo. Un allarme sociologico urlato alla collettività, un’impresa che ha dell’assurdo e che conserva un grande potenziale di spirito richiedendo in cambio attenzione e rispetto, ancor più che dignità e compassione: un’altra volta nient’altro che umanità. Goodbye CP è la bibbia del documentario, la quintessenza di una realtà, l’apogeo dell’incontro tra la stessa e lo spettatore. E quest’ultimo è qui, è presente, trema, striscia, balbetta assieme a loro, e apprende dal coraggio dell’autore.

Voto: ★★★★/★★★★★

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