Monografie #2 – Robert Bresson

bfi-00m-n30

Robert Bresson (Bromont-Lamothe, 1901 – Parigi, 1999), figura immortale dello scenario cinematografico europeo, risulta a tutt’oggi uno dei maestri più influenti ed autorevoli grazie al suo linguaggio essenziale ed alla sua estetica dell’austerità. In quarant’anni di carriera (cinquanta, se si considera il suo primo ed unico cortometraggio), ha saputo esprimere meglio di chiunque altro la crisi dell’individuo in relazione al dilemma etico affiancandola ad un’ermeneutica del religioso che implica devozione e rettitudine ma altresì travaglio interiore ed alienazione sociale. Lo stile impeccabile, la messa in scena meticolosa, la mancanza di una vera e propria sceneggiatura e il costante impiego di attori improvvisati sono solo alcune delle caratteristiche che contribuiscono a rendere l’autore in causa il massimo referente del Cinema nell’accezione più prestigiosa del termine.


La conversa di Belfort (1943) – ★★/★★★★★

10528_backdrop_scale_1280xauto

Dopo la realizzazione del flebile mediometraggio “Les affaires publiques”, all’età di quarantadue anni, Robert Bresson dirige il suo primo lungometraggio: “La conversa di Belfort”. Gli schemi cinematografici del periodo impongono un anonimato al quale l’autore non è ancora in grado di sottrarsi, tenendo conto che siamo ancora in piena seconda guerra mondiale; nonostante ciò, si può ravvisare una sottile critica che fa luce sulle contraddizioni interne al mondo ecclesiastico. Viene dunque narrata la vicenda di una suora espulsa dal convento per aver seguito i propri istinti di carità e misericordia. Già da qui, si comincia a percepire l’interesse dell’autore nei confronti della tematica religiosa, uno dei topoi che successivamente caratterizzerà la sua opera seppur contrassegnato sempre da una visione strettamente personale mai pienamente allineabile ad un preciso indirizzo.

Perfidia (1945) – ★★/★★★★★

les-dames-du-bois-de-boulogne

Due anni dopo, un’altra storia legata ai canoni convenzionali del periodo, un melodramma su amore, odio e vendetta. Una donna della classe benestante, amareggiata dall’abbandono subìto dall’ex compagno, architetta un piano per farlo infatuare di una prostituta. Primo ed ultimo lieto fine per un lavoro dell’autore, l’opera in causa, seppur lasci intravedere le prime impronte stilistiche del regista e sia ulteriormente supportata dai dialoghi di Cocteau, non riesce a sollevare alcuna anima artistica né autorialità, annaspando all’interno di uno schema e di un’impostazione ancora troppo immature e convenzionali, prive di spirito e di carattere.

Il diario di un curato di campagna (1951) – ★★/★★★★★

journal-d-un-cure-de-campagne

Tutti aspetti che verranno superati solo successivamente, con quello che può considerarsi il primo film pienamente bressoniano, ossia “Diario di un curato di campagna”. Al contempo lucida e controversa, profondamente riflessiva, scandita dai tumulti d’animo del giovane protagonista, l’opera mette in risalto per la prima volta la concezione profondamente scettica e pessimistica dell’autore ma anche e soprattutto la sua tendenza ad un Cinema stilisticamente estremo, minimalista e contemplativo fino quasi all’eccesso. Un prete alle prime armi in diretto confronto con i termini mistico/ascetici della propria fede e le ostilità di un prossimo e di una realtà, qui come in tutti i film dell’autore, simboli di un’umanità imperturbabile e di un presente condannato all’oscurità e all’egoismo. Dalle fosche, apatiche tinte che scandiscono l’incedere della vicenda fino alla muta, nichilistica concezione della stessa, il lavoro in causa scava a fondo nelle convinzioni e nei sentimenti dell’uomo, con un approccio sì filosofico ma soprattutto realista, sorprendentemente aggressivo nella sua forza ed audacia espressiva.

Un condannato a morte è fuggito (1956) – ★★/★★★★★  

A9.tif

Approccio che muterà in un ancor più profonda ricerca e sperimentazione visiva con il lavoro seguente, derivato dall’esperienza vissuta nel ’43 in una prigione nazista, per quanto l’opera sia tratta da un racconto autobiografico. Film di spazi che soffocano, rumori che scandiscono il tempo e colmano la vita della reclusione: uno stile asciutto e minimale accompagna una resa scenica che predilige il dettaglio, l’ambiente, quell’intercapedine che sin da subito opprime, sottraendo ossigeno ad un corpo ed un’anima asettici. La lotta per la fuga, gli occhi fissi verso quella finestra che promette libertà e al contempo la interdice, quel desiderio che non cessa mai di essere ed anzi si pone come traguardo vitale e suggerisce ancora una volta l’impossibilità a svincolarsi dalla propria gabbia; una gabbia che rinchiude tutti i protagonisti dell’opera bressoniana, ognuno per la propria strada eppure tutti uniti dallo stesso male che li divora e li annichilisce.

Diario di un ladro (1959) – ★★/★★★★★

pickpocket

Così, il carcerato Fontaine appare nient’altro che l’alter ego del borsaiolo Michel, quest’ultimo probabilmente una delle figure più complesse e meglio strutturate dall’autore in causa. “Diario di un ladro” è infatti un altro film di sguardi, di fragili identità, di ambienti chiusi, marginali, di cornici ossessive entro le quali ravvisare il pessimismo verso un irrealizzabile equilibrio individuo-ambiente vitale. Ancora una volta è il silenzio a fare da direttore d’orchestra, a regolare i graduali movimenti, gli attimi di sospensione, quei confronti e quelle panoramiche strette o ravvicinate sull’ambiente urbano e sui suoi muti frequentatori che fanno del film un saggio di regia senza eguali. Come ogni personaggio dostoevskiano anche Michel (pari al Raskol’nikov di “Delitto e Castigo”, opera alla quale il film si rifà) diviene involucro disumanizzato, feto rigettato da una società meschina e contorta nei suoi stessi cordoni. Rubare per inerzia, per sottrarsi alle leggi comuni, anestetizzare il dolore causato dalla piaga di un disagio esistenziale. Il castigo, la detenzione, non sono un riscatto, un finale, quanto piuttosto una logica conseguenza, il normale decorso della giustizia terrena. Bresson è stato senza ombra di dubbio il più grande tra i padri fondatori dell’esistenzialismo cinematografico e quest’opera ne è forse la più lampante fra le prove, penoso decorso e preannuncio ad un’opera successiva ancor più tragica e sottile.

Il processo di Giovanna d’Arco (1962) – ★★/★★★★★

trialjoan4

Il racconto di un episodio storico d’importanza centrale per la dottrina cattolica, e lo fa senza abbellimenti né rifiniture, senza rivisitazioni di alcun tipo. Da Dreyer a Rossellini, molti altri avevano dapprima trasposto la vicenda legata al supplizio della Pulzella d’Orléans, Bresson riesce tuttavia a fornire una nuova prospettiva di riflessione nella rappresentazione di tale vicenda. Il suo approccio, al contrario di quello impiegato da altri autori miscredenti (lo stesso Dreyer piuttosto che Buñuel) non tende mai a scalfire la cattolicità presente nell’individuo, anzi, la riveste sempre di un velo fortemente rispettoso quanto estremamente rigoroso; Giovanna d’Arco infatti, viene raffigurata sia nella propria indole coraggiosa e rivoluzionaria, sia nelle proprie fragilità ed insicurezze, nel suo lato più umano e meno divino. Non una prospettiva devota, neppure atea, certo una visione eterodossa, ma pur sempre figlia di un pensiero tutt’altro che senzadio, perché il Dio di Bresson non va ricercato, solamente atteso.

Au hasard Balthazar (1966) – recensione – ★★/★★★★★

au-hasard-1

Lo sguardo che, universale per antonomasia, incarna l’empietà del soggetto. Il sovvertimento di un punto di vista che da umano diviene animale, bestiale, super partes per innocenza eppure inferiore per natura. Dalla fetida essenza della carne, dall’agghiacciante sensazione del contatto tra corpi (di mani che si sfiorano, di mesti, disincantati occhi sul prossimo, di fredde coscienze) nel percepire un freno interiore ad ogni sorta di comunicazione, di intesa. Dall’orrore che noi stessi possiamo suscitare osservandoci allo specchio, nasce quell’opera eterna ancora oggi ritenuta come uno dei massimi punti di riferimento per ogni cineasta, “Au Hasard Balthazar”. Ci osserva, ci perseguita quasi, ci costringe a confrontarci con noi stessi, ci riporta all’essenza di ogni stato e di ogni primordio. L’uomo, qui, viene squadrato e scomposto da Bresson per mezzo dell’asino Balthazar, viene ridotto in pezzi, mortificato nelle sue azioni e deteriorato suo malgrado dalla sua stessa natura: una spirale di odio e di crudeltà riversata nel pacato trascorrere del tempo, lo stesso che, all’interno di un ristretto contesto sociale, sembra deteriorarsi per mezzo del già citato animale, nella sua nascita, crescita e amara fine, abbandonato moribondo nel bel mezzo di un’immensa distesa verdeggiante. Tutto questo, non può che riecheggiare nella mente come monito, come perenne onta nella coscienza, macchia nera dilagante nell’animo a perdita d’occhio.

Mouchette (1967) – recensione – /★★★★★

71tifSAS32L._SL1024_

Succedono le vicende di Mouchette, dove si incappa fatidicamente nel quesito fondamentale della poetica dell’autore, si comprende una volta per tutte cosa davvero significhi fare del Cinema minimalista e onesto fino in fondo; un Cinema che ricerca l’essenziale, che va a scavare nel profondo del disagio esistenziale prendendo in esame la tragica vicenda di un’adolescente abbandonata a se stessa, ingiuriata da tutti, dimenticata dai suoi cari e chiusa in sé nel proprio guscio di ostilità che sa quasi di mistificazione, di messa a punto di quella purezza forse troppo perbenistica del precedente Balthazar. Disposta ad ogni benevolenza eppur impossibilitata a dimostrarlo, malvagia e diversa agli occhi del prossimo, Mouchette vaga per le folte boscaglie di una comune pianura francese come un’anima in pena, come un perfetto soggetto bressoniano: portandosi appresso l’odio per un’incomprensione opprimente e incapace di reagire sotto i duri colpi di una realtà deprimente, tetra come le invisibili grinfie di una radura ancora una volta selvaggia, enigmatica eppur severa, coerente fino in fondo, prova del nove per un presente abbandonato ai propri miseri difettucci. È nuovamente l’invisibile a vincere sul visibile, l’occhio a penetrare lo schermo, il folle suicidio di un’innocente a convincerci della suprema valenza di una simile opera.

Così bella così dolce (1969) – ★★/★★★★★

femme_douce_1

Quasi come una Mouchette cresciuta, si può vedere la protagonista di “Così bella così dolce”, alla quale Bresson non ritiene necessario nemmeno assegnare un nome. D’altronde, la vita della donna (una Dominique Sanda glaciale) è accomunabile a quella di molte altre rinchiuse nella gabbia della vita borghese, vittime di un’esistenza priva di valori: l’anonimato si dimostra pertanto uno strumento assai consono a restituire l’idea di un contesto universale. Un’altra volta l’atto estremo come estrema liberazione, un’altra volta come gesto di autonomia, di respiro: il primo, quello definitivo; da quel gesto riaffiorano le memorie dell’intera relazione tra la donna e il marito usuraio, un rapporto costernato da gelosie, incompatibilità, conformismi e contraddistinto dalla repressa volontà di affermarsi. Per la prima volta il maestro adopera il flashback, per la prima volta si avvale di una fotografia a colori, ma nonostante tutto la sua poetica rimane tale e quale, estranea alle logiche dell’industria come ai vari progressismi ed avanguardismi: pura e coerente, fino alla fine.

Quattro notti di un sognatore (1971) – ★/★★★★★

QUATRE NUITS D'UN REVEUR

Ragionando sul celebre testo di Dostoevskij “Le notti bianche”, Bresson ci racconta con semplicità e con freschezza di intenti la storia di un pittore che, suo malgrado, verrà trascinato da una giovane problematica e inavvicinabile in un tormento d’amore non corrisposto senza fine. Il tutto viene raccontato ancora una volta dal punto di vista dell’autore-intellettuale, più che distaccato, concentrato maggiormente sul rapporto tra l’uomo ed il proprio contesto sociale. Senza una particolare inventiva e senza grandi pretese narrative, il dramma in causa affronta il tema delle turbe giovanili con intelligenza e dedizione facendo emergere un’insofferenza di fondo dai toni ancora pacati, se pensiamo agli ultimi lavori, ma pur sempre interessanti e coinvolgenti. Amaro, acerbo preludio a quello che sarà un termine di carriera tra i più severi in assoluto.

Lancillotto e Ginevra (1974) – ★★/★★★★★

171293

Lancillotto il mitico eroe, immune da timori o sconfitte. Lancillotto, il saggio, celebrato spasimante della bella Ginevra. Anche qui, seppur in maniera del tutto atipica, si insinua il genio di Robert Bresson, andando a rimanipolare con sagacia e con preciso intento autoriale una vicenda fondata sull’onore, sull’impossibilità di astenersi da leggi morali, da doveri inscindibili e soprattutto andando a sovvertire completamente ogni possibile, immaginabile interpretazione del celebre mito cavalleresco. Con un approccio tra il farsesco e il satirico, seppur mantenendo sempre e un rigore formale e una solennità tipica dell’ormai consolidata impronta stilistica e pur sempre nella sua inconsistenza di fondo, “Lancillotto e Ginevra” rimane un interessante esperimento sopra le basi del Cinema come teatro della realtà e sul passato come istruttivo riproporsi della natura umana nelle sue più astruse manifestazioni, analogamente al presente stesso.

Il diavolo probabilmente… (1977) – ★★/★★★

2011-11-02_11-18-40_diable_probablement_le__c36

Tre anni dopo, 1977. Il penultimo film di Bresson è anche il più livoroso, il più cattivo e colmo di odio verso il mondo. Un’opera che condensa gli elementi della sua poetica sprigionando rabbia e disprezzo incondizionato per mezzo di Charles, giovane anticonformista segregato in uno stato di alienazione per sua stessa volontà. Gli occhi del ragazzo vedono contaminazione ovunque: religione, sesso, politica, società sono sottoposte ad un processo di omogeneizzazione che le svuota e le annienta, qualcosa di intollerabile per Charles che affronterà la fine senza curarsi nemmeno dell’amico e della spasimante, accecato dal proprio solipsismo; un epilogo che ritorna all’unica soluzione possibile, questa volta ispirata al rito dell’antica Roma. Se il discorso etico da sempre è stato al centro dell’attenzione in Bresson, certo qui a maggior modo diviene oggetto di analisi, una disamina quanto mai fredda ed inflessibile che ricerca logicità nell’essenziale senza mai uscirne vittoriosa. Da qui si spiega la pellicola come teatro di istinti autodistruttivi, di quella repulsione verso se stessi dalla quale il protagonista è impossibilitato a fuggire: così facendo non vive, non si schiavizza, rifiuta di esistere in un sistema di rifiuti per divenirne a sua volta prodotto, per essere preda di un mondo vuoto, senza valori, senza perché.

L’argent (1983) – /★★★★★

largent

Freddo e distaccato, schivo e frustrato, Bresson ritrae un presente oramai marcio nelle fondamenta, quasi strafottente nel suo appagato e convinto pessimismo. Figlio ultimogenito del precedente “Il diavolo probabilmente…”, questo addio alla regia del maestro francese, più che una ritrattazione come spesso accade, sa di ultima, drastica riconferma delle proprie posizioni. Abbandonata ogni grazia, decaduta la benevolenza verso di sé e quegli sprazzi di illibatezza tanto caratteristici dei suoi primi grandi lavori, egli si svincola da ogni obbligo materiale e ideologico ripercorrendo le vicende di un giovane tradito dal denaro, ancora una volta brutalmente vessato dal proprio ambiente e schiavo di se stesso. La morte, la prigione, l’abbandono da parte dei propri cari, questa è ormai prassi nel Cinema di Bresson. Ciò che invece stupisce di questo “L’Argent”, è l’incredibile amarezza, la rabbia figlia della follia che viene riversata nelle scelte del protagonista, il lucido disprezzo verso l’intera società. Fischiato a Cannes causa la sua vittoria del Prix de la mise en scène, tutt’ora questo film rimane come un messaggio in codice, come un oggetto misterioso da leggere e rileggere attentamente nelle sue infinite, squisitamente sottili venature.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...