Parnassus

The Imaginarium of Doctor Parnassus (2009) – Terry Gilliam / UK

L’immaginario di Terry Gilliam. Un mondo di paradossi, di specchi che si riflettono l’uno sull’altro, di realtà parallele che si incastrano e confondono a vicenda. Senza smentirsi e senza perdere nulla del suo celebre ingegno narrativo, l’autore di ‘Brazil’ e ‘Le avventure del Barone di Munchausen’ costruisce l’ennesima favola magica, un viaggio estenuante e mozzafiato sulle ali della fantasia e dell’imprevisto guidato dall’estroso Heath Ledger, punto forza dell’opera nonché suo vero e proprio mattatore. Quella a cui assistiamo con ‘Parnassus – l’uomo che voleva ingannare il diavolo’ è una visione ancora una volta basata sull’estetica, sul culto dell’invisibile, sull’estenuante ricerca di una risposta concreta ai dilemmi e ai quesiti della scienza e della realtà quotidiana. In questo caso però il distaccamento dalla matrice realista e politica che si notava in precedenza e netto; qui è solamente la fantasia a dominare, il culto ascetico dell’imprevedibile e del sensazionale. Una giostra di sentimenti, un tripudio di inventiva e di immaginazione: una parabola folle e malinconica sul potere dell’amore e sul prezzo della libertà.

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Una scalcinata compagnia teatrale. Un amaro patto stipulato col diavolo. Una giovane in pericolo. Un folle sconosciuto disposto a tutto per soldi. Un mondo parallelo. L’estro creativo dell’autore statunitense questa volta si ritrova a capo di una giostra in continuo movimento, di una fiera di stranezze composta prevalentemente da battute illogiche, prosopopee interminabili, colpi di scena a ripetizione e, come sempre, dalla consapevolezza di non volersi comunque conformare (?) ad alcuno degli standard imposti dalla Hollywood ormai da tempo rinnegata. E così l’opera diviene una continua sfida lanciata allo spettatore, alla sua costanza e alla sua voglia di trovare una logica persino laddove questa non sembra risiedere. Perlomeno qui la pazienza riposta nel confezionare un lavoro tanto stratificato ed imponente ripaga Gilliam salvandolo da un fiasco totale altrimenti del tutto prevedibile.

Quegli sbalzi, quei repentini cambiamenti di prospettiva, quel non voler attenersi ad una determinata linea d’azione quanto piuttosto ad una concezione di realtà fortemente radicata al potere dell’assurdo. Suggerendo per metafore, per spazi informi, per delicate allegorie di dubbia entità, in questo modo le pellicole dell’autore in causa divengono spazi indefiniti, vasi dentro i quali versare la follia e il cambiamento di un’arte e di un secolo in rapida e costante (in)voluzione. Tutto ciò però diventa agli occhi dell’attento osservatore un unico, grande atto ludico, un modo per esibire un estro creativo forse fin troppo fine a se stesso piuttosto che al prossimo. Lungi dall’appagare o dall’apporre solidi definizioni o quesiti al cospetto dell’intelletto altrui, questo ‘Parnassus’ vive e si alimenta del proprio esibizionismo e del proprio egocentrismo, sviluppando una fiaba ad incastri e involuzioni meno incisiva e sottile di quanto non possa apparire a prima vista, seppur come già sottolineato di per sé ampiamente stratificata e ben congegnata.

Più che far riflettere difatti Gilliam anestetizza lo spettatore, (co)stringendolo afasico e impotente entro spazi illogici e privi di una propria consistenza. Ciò comporta la conseguente perdita di orientamento. La genialità dell’opera consiste più, se vogliamo, nel proporre (o tentare di proporre) un’idea personale e originale del contesto rappresentato in riferimento alla concezione di realtà propria dell’autore. Poco altro rimane da dire dell’opera in questione, considerabile a conti fatti come un esperimento di matrice fantastica con poca presa ma tanto da chiarire in fatto di intenti. Un film dunque che non convince del tutto all’interno di un un sistema cinematografico complice di opere sicuramente molto più prevedibili e insopportabili della presente.

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Voto: ★★/★★★★★

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