Ta’ang

ta-ang

Ta’ang (2016) – Wang Bing / Hong Kong

Ancor prima di un poema visivo o di un’opera d’arte, discostandosi dunque sia stilisticamente che registicamente dai suoi precedenti, questo ultimo lavoro del documentarista cinese Wang Bing presentato alla sessantaseiesima edizione del Festival di Berlino si preannuncia fin da subito come un vero e proprio esperimento sull’umanità, una sorta di lezione pratica, la dissezione del cadavere di una società che annaspa nel fango dei tempi odierni. Nel fango delle lande desolate come nella povertà e nello squallore delle vallate circostanti, ovunque volgiamo lo sguardo l’insopportabile volto delle storie delle quali veniamo mano a mano resi partecipi preannuncia ad un rigore formale e ad una concezione di realtà mai così estreme ed esasperanti. Se di fronte ai luridi anfratti trascurati di “Feng ai” avevamo riscontrato un’efficacia visiva e comunicativa oltre ad un valore artistico indubbi, davanti ad un’opera come “Ta’ang” non possiamo che inchinarci.

Nel suo costante percorso alla ricerca di verità da raccontare, con l’occhio attento del cineasta sempre in prima linea, Wang Bing incrocia uno dei drammi sociali moderni più terribili e inascoltati. Nel confine roccioso che separa la Birmania dalla Cina, in quel lembo di terra dove da tempo oramai si consuma una guerra civile apparentemente interminabile, osserviamo il destino di quella minoranza etnica, i Ta’ang appunto, intenta a fuggire trascinandosi avanti per disperazione, portando con sé, oltre ai pochi beni rimasti, il coraggio e la forza di continuare a vivere sperando in un futuro migliore; riabbracciare i propri cari, riacquistare fiducia, perdurare nel dramma, scaldarsi attorno ad un fuoco mentre le fauci incandescenti del presente esacerbano e divorano il domani. Così viviamo nell’opera, così acquistiamo consapevolezza per una realtà, quella raccontata dall’autore cinese, mai così fervida e attuale.

Un pellucido specchio sulla penombra del mondo, di un oggi inghiottito da un odio ancestrale. Nel gravoso avanzare di famiglie in rotta, di bambini dallo sguardo trasognato e di madri annichilite dal peso di una realtà inaccettabile, diventiamo presto parte di un calvario infernale, scavati dal peccato originale di una stirpe errante ci aggiriamo senza meta laddove l’urlo dei civili e il gemito delle bombe risuona con minor empito. Osservando i volti scavati e deliranti dei civili in rotta partecipiamo ad un’esperienza irripetibile, condividendo i patimenti con un’empatia propria solo della corrente cinematografica cinese moderna e prendendo parte all’apprensione per un’avvenire assoggettato all’odio che lo tiranneggia, quest’ultimo non circoscritto quanto al contrario universale, caratteristico del nostro tempo. Universale dunque ritorna lo sguardo di Bing, attento e solenne il suo irresistibile moto immedesimante. Qui in definitiva non è tanto lo scenario a formarsi a seconda dell’intento registico quanto bensì l’intento registico a trovare la sua piena e perfetta espressione nello scenario e ciò è riconducibile a tutte le opere dell’autore, prima su tutte quella in causa.

Se però da un lato tale approccio risulta confarsi (ed anzi irreprensibilmente congeniale) all’opera, dall’altro non può che far sorgere dubbi legittimi riguardo alla mancanza di un vero e proprio, definitivo avvicinamento al dramma ripreso. Ta’ang infatti, nonostante la sua eccezionale fattura, soffre di un ritmo e di un’evoluzione fin troppo gravose e statiche, perdendosi presto sui dettagli e tralasciando un divenire necessario alla vicenda. L’indubbio vigore insito nel dramma non può così facendo che scontrarsi con una ciclicità propria di un approccio documentaristico estremo, estraneo fino ad ora al regista cinese. Particolarmente influente l’influsso sulla percezione visiva degli immensi spazi sconfinati, che abbracciano il logorio e la ripetitività del presente filmico costituendo una continuità e quasi un infinito riproporsi di una tragedia sociale. Il dolore non ha limiti nè confini, i sentieri qua sterrati qua rocciosi contribuiscono a rafforzare il discorso sopra espresso ed accompagnano il tragitto dei civili come in una scala di Penrose, come se non vi fosse un traguardo da raggiungere quanto semplicemente un’inutile fuga, un’eterna condanna.

Ci troviamo nella terra di nessuno, nell’oblio più totale dove il vagare diventa condanna sociale, dove un vecchio, inaffidabile telefono cellulare splende come sorgente in un deserto di solitudine e di avversità. Nessuno penetra nell’animo dei disagiati come Wang Bing, nessun opera come Ta’ang dimostra la necessità del Cinema come riscatto morale, sincero e diretto. Direttamente dalla sezione Forum della Berlinale 2016 un film-evento, spettacolare e indimenticabile.

Voto: ★★★★/★★★★★

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