La leggenda di Narayama

Narayama bushiko (1958) – Keisuke Kinoshita / Giappone

Dalle folte distese verdeggianti del più antico e ritualista Giappone veniamo calati in una realtà faceta, docilmente trasportati di cornice in cornice e resi spettatori attivi di un suadente, tragico dramma che riutilizza e si appropria degli attributi artistici per immergerci e confonderci in una penosa spirale intimista. Come già dimostrato con opere come ‘Una tragedia giapponese’ e ‘Ventiquattro Occhi’ il cineasta nipponico Keisuke Kinoshita continua a lavorare sui sentimenti e sul loro logorio dettato dal tempo, che esso sancisca i bei tempi andati o una giovinezza ormai sbiadita. Nel cuore selvaggio di un Paese, dal più angusto dei drammi folkloristici nazionali, un dramma genuino e costruttivo, per accettare la morte e scongiurare l’abbandono.

the ballad of narayama1

In passato era usanza nelle regioni più povere ed isolate del Giappone di portare i genitori sulla cima del monte Narayama quando questi fossero divenuti troppo vecchi e di peso per il resto della famiglia. Il giovane Tatsuhei, nonostante la sua riluttanza, si trova a dover percorrere l’arduo cammino verso tale traguardo assieme alla madre. Una volta arrivati a destinazione la neve allevierà le ultime ore dell’anziana donna scandendo il dolore del figlio incredulo.

In uno scenario fin troppo artificiale, inverosimile fino all’eccesso, l’autore sembra trovare finalmente le armi più efficaci per il suo film più sconvolgente. Seppur infatti siano gli esterni a dominare sugli interni, si nota la volontà di ridurre l’evento ad una rappresentazione teatrale (processo tipico del Cinema giapponese di quell’epoca) scindendo il dramma stesso dalla sua credibilità e portando il tutto ad un grado di estro tecnico e visivo senza pari. La vera forza del film risiede infatti in questo, nel rimando ossessivo a tonalità visive accecanti (tra le quali spiccano il verde e il rosso), nel sapiente narrare una vicenda che non abbisogna di altro se non di semplici verità (il confronto madre-figlio prima su tutte), nel saper coniugare tutto ciò per mezzo di una regia pulita, lenta dunque in fin dei conti efficace. Da sottolineare a questo senso quanto vengano dilatati i tempi, specie verso il termine dell’opera; mano a mano che il rapporto tra i due protagonisti si fa più intenso calano le musiche, si estinguono quasi del tutto i dialoghi e si allungano le sequenze fino alla straordinaria scena finale dove vediamo la donna accovacciata nel bel mezzo di una nevicata; qui si dischiude finalmente l’intero senso dell’opera, e cioè quello di mettere lo spettatore di fronte al dolore della perdita.

Vicenda che, se da un lato incalza col suo mesto incedere da piece drammatica, dall’altro si dipana in morbidi drappeggi variopinti che fuorviano lo sguardo proiettando lo spettatore in un universo quasi favolistico, farsesco ma mai ironico o poco credibile. Viene posto l’accento sul deperimento portato dalla vecchiaia, sulla forza dei legami familiari, sull’astrusità degli antichi riti locali ma soprattutto su di una concezione di essere umano che, trovatosi alla fine del proprio cammino, pronto o meno, deve affrontare la fine, abbandonarsi ad un Dio magnanimo lasciando le sue ultime forze e la propria famiglia senza un motivo apparente, magari abbreviando anche l’invecchiamento richiesto dallo stesso (la donna infatti si caverà i denti rimasti per partire prima del tempo). Poco altro rimane da dire, ‘La Ballata di Narayama’ è un film di solida caratura all’altezza del remake che lascia qualche indecisione ma nel complesso, soprattutto sul finale, conferma la propria intelligenza ed ottima fattezza.

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Voto: ★★★/★★★★★

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