Marketa Lazarovà

Marketa Lazarovà (1967) – Frantisek Vlàcil / Cecoslovacchia   

“La nostra storia inizia durante un rigido inverno, con gelate acute come il Cristianesimo di quel tempo […] perché ascoltare, perché prestare orecchio a folli atti disseminati dal caso? […] per il piacere della poesia, perché anche le cose più antiche giacciono nel groviglio del presente tempo…”. 

Statuaria, perentoria la voce del narratore si impone fin da subito sulla nostra coscienza attraverso un proclama lirico, ancestrale nei suoi rimandi, favorito da un incedere lieve e continuo, come di un ruscello che gorgogliante e inerme si aggrappi disperatamente alla vita contro la glaciale supremazia di un freddo dilagante. Freddo che, come del resto l’opera stessa, sembra abbattere ogni distanza attraverso l’incantevole delicatezza di un altresì incessante nevicata così come attraverso lo sguardo furtivo e violento di un uomo in famelica attesa dietro ai cespugli. Il cuore dell’opera sembra dunque svelarsi fin dai primi istanti, fin dalla prima sequenza, ponendo in equilibrio instabile il primo di una serie di dualismi che contraddistinguono e valorizzano questo immortale lavoro. La fede come stigmate di una civiltà decaduta, perita sotto il gravoso onere di un’umanità utopica, l’atto di violenza come apogeo di un istinto irrefrenabile, come supremazia coattiva e insopprimibile: l’uomo, generato dalle fiamme, è destinato ad estinguersi divorato dalle stesse, corrotto, come l’amabile e aggraziata Marketa, eppur mai vinto, contrito nel peccato e puro nell’essenza.

Suddivisa in parti e scandita da diversi capitoli, introdotti assieme ad un’ironica nota che ne specifica i caratteri principali, l’opera si propone, attraverso la riproduzione di un determinato contesto storico, di mettere in scena una vicenda allegorica votata all’esibizione della mancanza di ideali e di umanità nell’uomo. Il tutto sotto forma di istantanee di rara bellezza e forza d’impatto che, in tutto il loro fascino poetico, non esulano dal trattare questioni tanto filosofiche quanto ancora oggi forti e attuali. In un periodo e in un luogo non specificati dell’epoca medioevale assistiamo alla cruenta e inestinguibile faida tra due clan rivali. Scorrendo i vari personaggi, cavalieri e briganti di ogni sorta, l’autore si sofferma sulla figura di Marketa Lazarovà, giovane figlia di un signore del luogo, rapita, violentata e solo dopo la morte dei suoi rapitori, divenuta suora. In tutta la sua purezza essa rappresenta la verginità saccheggiata, l’ingenuità brutalmente estirpata dal mondo; il suo è lo sguardo dello spettatore che, similmente ad un Dio onnisciente e furioso, guardi all’umanità come ad un qualcosa di perduto e irrecuperabile, corrotto nelle fondamenta e sedotto dal peccato.

Forse attraverso quelle vallate argentee, quelle macchie spoglie o forse ancora per la cruda, naturale miseria della quale così intensamente veniamo resi partecipi; forse è proprio in queste semplici e modeste rappresentazioni che si cela gran parte del potere demistificatorio della pellicola in causa. Potere che non esula mai, mediante complesse e stratificate allegorie, dal riecheggiare un impianto visivo caratteristico del Cinema russo, primo su tutti il Tarkovskij di opere come ‘Andrej Rublëv’ e ‘L’infanzia di Ivan’, ovvero di muta, oscura contemplazione volta, ancor prima di accadimenti o realtà, a palesare veri e propri stati d’animo dipendenti unicamente dalla  suggestività del contesto in riferimento alla poeticità e liricità del significato intrinseco allo stesso. Tramite dunque tale meccanismo avvertiamo immediatamente il contrasto tra significato e significante instauratosi, così che il gioco di sguardi e di primi piani tra un branco di lupi affamati ed il volto ruvido e segnato dal freddo di un uomo in fuga, sottolinea l’implacabilità di una natura aspra e selvaggia ma acquista valore definitivo solo se accompagnato da un contesto pressoché insonorizzato, scandito dal lento incedere di una bufera di neve e dall’affannato ansimare dell’uomo stesso.

E come il seguente, uno dopo l’altro si ricongiungono i vari particolari della vicenda, dalla brutalità di una strage all’empietà di uno stupro, dal furore di una battaglia (ripresa con voluta illogicità e incostanza) fino alla fondamentale sottomissione di Marketa di fronte all’altare della fede. Simbolismi che, più che perplessi, lasciano sbalorditi per l’incredibile congruenza che portano tra loro, come anelli di una catena i cui estremi non possono che esseri i polsi di un’umanità autolesionista e votata per obbligo supremo all’estinzione. Quello stesso autolesionismo che porta la giovane a cedere con (forse troppo poco) diniego alle brame di Mikoláš nonché lo stesso ad un assurdo assalto solitario della fortezza nemica. L’oscenità di un secolo, di una razionalità ancora ben lungi dal germogliare nelle menti umane, si manifesta dunque nell’assoluta obbedienza verso un Cristianesimo mal interpretato, nella sopravvivenza per mezzo di due uniche strade, quella clericale e quella cavalleresca (tematica ripresa ed approfondita nel successivo ‘Valley of the Bees’, dunque ulteriore rimando al forte legame tra violenza e preghiera, fede e istinto) e infine nel prendere atto di un’insolubilità di fondo, della sostanziale mancanza di un senso e di un ordine che regolino l’esistenza.

È altresì insolubile quest’arrancare all’interno di un’opera tanto complessa e affascinante se non in virtù del modesto tentativo di suggerire ciò che essa a sua volta comunica in chi la osserva. Più che una chiave di lettura infatti ‘Marketa Lazarovà’ vanta una tecnica ed un impegno filosofico tra i più encomiabili in assoluto nella storia del Cinema. Dilatare il tempo sprofondando in una voragine angosciante, scrutare nell’animo dei personaggi rivedendovi un’universalità sconcertante: un’epopea stravolgente, tra le più significative ed ammalianti dell’intero panorama novecentesco.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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