Eisenstein in Messico

Eisenstein in Guanajuato (2015) – Peter Greenaway / Olanda

La vena cinematografica fin da subito manifestata, ha portato infatti l’oramai veterano autore britannico, in quasi cinquant’anni di attività, verso vari lidi, varie concezioni e soprattutto varie tematiche (letterarie, cinematografiche, artistiche ecc…). Ma al di là di ogni argomento, figura o aspetto trattati, ciò che davvero contraddistingue il caratteristico stile del regista è la meticolosa, maniacale impostazione degli spazi, la sapiente costruzione degli scenari, quella vena pittorica che, ereditata dalla personale esperienza professionale, scolpisce l’attimo nel tempo con grande estro creativo ma anche con impressionante credibilità: in fin dei conti dunque l’intelligente sfruttamento delle potenzialità dell’arte tramite l’uso della macchina da presa. Ecco perciò che ‘Eisenstein in Messico’ giunge alla fine di un cammino, all’inizio di una nuova messa in discussione dei valori e delle possibilità del Cinema e in contemporanea con una nuova rinascita personale, che acquisisce gli attributi del passato unendoli ad un’ennesima, riuscita sperimentazione sul e per il Cinema stesso.

Eisenstein in Guanajuato1

Guanajuato. 1931. L’oramai celebre regista sovietico si trova in Messico per il suo prossimo progetto, un film sull’omonima rivoluzione del  1911. Alle sue spalle ha una serie di intricati e pericolanti rapporti: con il proprio Paese, in attesa del suo ritorno, con Hollywood, da poco allontanatasi da lui per ragioni politiche, e infine con la propria sessualità. Proprio su quest’ultimo punto si inserirà la figura di Cañedo, accompagnatore personale grazie al quale riscoprirà se stesso e la forza di un amore pericoloso e fino a quel momento mai provato.

Attraverso diverse tappe, raggiungendo e demolendo stereotipi e soprattutto riformulando una concezione di Cinema totalmente personale, l’autore in questione è riuscito col tempo a costruire parabole che, sfruttando l’elemento grottesco o biografico, riuscissero a delineare un’idea stratificata della settima arte; una sorta di anti-narratività che investisse, ancor prima dell’intelletto, i campi sensoriali dello spettatore, scioccandolo ma dimostrando al contempo un’abilità nell’interpretazione del tema trattato e nella direzione dello stesso, sopra le righe. In questo senso si può affermare che il film in questione si distanzi notevolmente da tali parametri, dall’immensità di opere precedenti come ‘Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante’ e ‘Lo zoo di Venere’, opere che nella loro quasi totale perfezione tecnica e sceneggiativa, risultano ancora oggi come dei format viventi da seguire e interpretare. Qui, più che a tale sorta di operazione, assistiamo ad un vero e proprio procedimento di reinvenzione e riscoperta. Ad un’ode al Cinema sotto forma di tributo ad uno dei padri dello stesso, ovvero Sergej Ėjzenštejn. La figura in questione dunque si presta notevolmente al procedimento greenawaiano, il risultato è un film che si prefissa di coinvolgere e disturbare insieme lo spettatore attraverso una vicenda, forse più interessante a livello politico e storico, ma sempre intelligente e riuscita.

Pensando infatti al filo comune che collegava le opere immediatamente precedenti a questa, partendo da ‘Goltzius and the Pelican Company’ fino a ‘L’ultima tempesta’, si nota proprio come ‘Eisenstein in Messico’ non sia tanto un film sull’arte e sulla sperimentazione tecnica, quanto proprio sul mezzo Cinema e sulle sue origini. Lo stile dell’opera, la regia, la messa in scena, ogni fattore qui va a pari passo con quanto appena detto, sobrio, privo di eccessivo estro, pacato, basilare e quasi sotto tono. Ma la forza dell’opera risiede proprio qui, ovvero nella consapevolezza della resa formalmente consona e intelligente di un’opera modesta, priva di ambizioni, semplicemente ottima in quanto tale. Siamo lontani dai livelli che, negli anni ottanta portarono tanti grandissimi lavori quante opere realizzate. Qui l’attenzione si sposta si sul protagonista, ma senza lavorare per mezzo suo sulle potenzialità del mezzo, quanto invece sviscerando il carattere e i segreti del grande cineasta russo. Una figura a questo senso tanto contorta ed esuberante quanto debole e fragile, schiava di un panorama storico e cinematografico ostile e refrattario. L’elemento sessuale non poteva certo mancare a questo senso ma, come già detto, esso rientra nei parametri della vicenda narrata come elemento biografico e non come violenza visiva o trasgressione artistica (vedi nuovamente ‘Lo zoo di Venere’).

Eisenstein in Guanajuato2

Voto: ★★★/★★★★★

Questa voce è stata pubblicata in Postmodernism e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...