Sans Soleil

marker

Sans Soleil (1983) – Chris Marker / Francia

Disgregando e riempiendo, deframmentando e ricomponendo in versi l’enigmatica e sfaccettata varietà di un universo intero in continua trasformazione, caratterizzato da moltitudini di corpi in perpetuo divenire, di espressioni di un secolo, il ventesimo, sempre più criptico e variegato. Così, sommariamente e superficialmente, potrebbe essere definito il processo intentato da “Sans Soleil”, nonchè l’immagine stessa che esso pone. Da uno dei più grandi esponenti del Cinema documentaristico, dal genio incomparabile di Chris Marker, autore di opere come “La Jetée” e “Le Joli Mai”, un opera fondamentale, patrimonio dell’arte ma sostanzialmente e soprattutto testimone del divenire stesso dell’uomo moderno, cardine di un avanguardia sperimentale e ancora oggi uno dei massimi apici della storia del Cinema.

Come preannunciando ad un eterno viaggio sulle ali del ricordo e dell’osservazione meditativa, l’occhio del cineasta francese libra silenzioso in soggettiva, accompagnato da versi poetici recitati in armonia quasi panica col contesto. Instancabile, esso si posa sui contesti più variegati e distanti tra loro, come l’Islanda, la Guinea-Bissau e San Francisco, ritornando però sempre sulla realtà Giapponese, e in particolare sull’incremento demografico, le incipienti avanguardie tecnologiche, il consumismo, la televisione ecc…: società e politica, modernità e sviluppo insomma, una riflessione sulla contemporaneità, la perdita della memoria, la sconfitta dell’uomo per mano stessa del tempo e del suo struggente, inarrestabile procedere.

Ciò che si può intuire ad una riflessione più attenta è l’imponenza del suddetto film sotto il punto di vista progettuale e strutturale. La certezza assoluta che scaturisce dalla visione di Sans Soleil è senza dubbio la volontà di ripresentare un cosmo in movimento, un mondo in divenire, ma sotto diversi punti di vista e soprattutto con diversi fini, da quello puramente sociale a quello tecnologico-avanguardista. Se infatti in “Le mystère Koumiko” vi era la volontà di accendere i riflettori sul “Paese del Sol Levante” ma attraverso gli occhi di un determinato personaggio, dunque con uno sguardo personale e non generalizzante, qui al contrario si nota l’intento opposto, qualcosa di più simile al precedente Le Joli Mai. Mai regista prima d’ora aveva intentato ad un’operazione così prodigiosa e pretenziosa, tanto meno riuscendoci. Sans Soleil è un’estasi visiva, un vortice di sensazioni e di ambizioni registiche che sconfinano nel campo della pura immaginazione, un documentario per molti versi atipico, che reinterpreta lo scorrere del tempo liberamente fondendolo ad una sorta di brain storming sociale. Così facendo ottiene dunque il risultato di una carrellata continua di luoghi e di concetti, osservati e reinterpretati secondo una determinata logica, avversa all’assimilazione che al contrario li contraddistingue nella quotidianità.

E così ci ritroviamo sospesi in un limbo dantesco, in un tratteggio di realtà confuso, in un presente che, oltre ad essere passato, riecheggia e reitera la volontà (già espressa nel magniloquente La Jetée) di abbracciare con dubbia convinzione e con acuto moralismo un futuro super partes rispecchiante l’occhio disilluso dell’autore (in questo caso il reporter Sandor Krasna e le sue lettere). Gli sguardi gettati sui passanti, sugli emarginati, sui semplici soggetti immediatamente privati della loro individualità; la trasmutazione del vero, del palpabile in qualcosa di completamente sgrammaticato, avulso dalla logica visiva dell’ oggetto-significante: la poetica markeriana dell’assenza e della distopia del reale trova qui una delle sue massime espressioni tramite la messa in atto di una tecnica registica fino ad allora mai utilizzata, che distorce ogni ricezione spazio-temporale in favore di un connubio tra visivo e commentario in definitiva assolutamente unico. L’armonia degli spazi, la fatale, melodica sintonia tra immagine e poesia propria di pochissimi altri autori (Mettler, Majewski, D’Agata tra i più significativi). Il mondo osservato qui da Marker è triste, inarrestabile, mutevole eppur statico nel proprio egoistico sviluppo, scolpito sul marmo e indimenticabile.

In tutto il pessimismo, il crudo realismo che potrebbe venirne fuori, e che sicuramente è presente nella poetica del maestro francese, è però visibile una componente ben più importante e decisamente consistente, ovvero quella delle interconnessioni. Sottili ed invisibili fili di umanità che collegano la stessa ed ogni suo individuo inseritovi all’interno. Siamo tutti uguali, siamo una sola, unica razza, legata da problemi diversi tra loro ma risalenti, originati, da un’unica costante, l’incomunicabilità, l’insoddisfazione, l’ irrequietezza di vivere; quella cicatrice interiore di garreliana memoria che contraddistingue l’intero genere umano. E in un certo senso risulta davvero improbabile riuscire a rendere a parole una simile regia, poetica basata sul culto ascetico del momento, apparente surrealismo che diventa astrattismo e in seguito futurismo per rimanere in fin dei conti una banale sovrapposizione di immagini.

L’intera filmografia di Chris Marker, già sin dagli albori del primo lavoro realizzato assieme al connazionale, collega ed amico Alain Resnais, ovvero “Statues also Die”, riflette l’enorme ricerca di una costante che accomuni e in un qual certo modo provi a spiegare l’uomo e la sua ricerca. La sua insaziabile fame di ricordo, di memoria; il suo frequente parallelismo tra dimensione futura e presente atto a sconvolgere la prospettiva vigente introducendo un’ora che non è nè futuro nè presente, semplicemente attimo di contemplazione sovrannaturale. Questi, oltre ai già indicati, sono davvero pochi degli elementi che contraddistinguono la poetica dell’autore, troppi per essere esposti o tanto meno indegnamente sviscerati in questa sede. Ciò che si può senza ombra di dubbio affermare è che Sans Soleil è l’effige di una razza, di un’attitudine perduta nei confronti del mondo e dell’Arte, l’immortalità stessa di un documentario che scolpisce e segmenta il tempo ascrivendosi nell’albo delle più grandi opere mai realizzate.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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