Taklub

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Taklub (2015) – Brillante Mendoza / Filippine

“C’è un tempo per ogni cosa… un tempo per piangere e un tempo per ricostruire…”. Così si potrebbero tradurre alcune delle righe che vanno a chiudere l’ultimo lavoro del regista filippino Brillante Mendoza, da sempre alla ricerca di uno stile autentico e di forte impatto emotivo, lo stesso che questa volta pare essere stato perfettamente acquisito dal regista. Se infatti opere come “Kinatay”, o il precedente “Sapi”, dimostravano una forte volontà autoriale che non riusciva però nel complesso a convincere appieno, “Taklub” si rivela un film risolutivo in questo senso, la conferma di un autore molto promettente nonché l’ennesima riprova delle grandissime potenzialità proprie alla new wave filippina.

Con l’avvento distruttivo del tifone Haiyan, la città di Tacloban è praticamente rasa al suolo; migliaia di persone hanno perso la vita, le restanti si trovano quindi spesso derubate dei propri affetti. Tra queste ve ne sono tre in particolare sulle quali il film si concentra maggiormente: Erwin, giovane ritrovatosi tutto ad un tratto nello status di capofamiglia con la responsabilità dei fratelli minori; Bebeth, donna alla speranzosa ricerca di due figli scomparsi dopo la tragedia; ed infine Larry, uomo afflitto dalla morte della compagna ed abbandonatosi per disperazione alla religione.

Presentato quest’anno al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, il film prosegue quella scia piuttosto caratteristica dell’Estremo Oriente volta a sfruttare il mezzo cinematografico per riprendere l’uomo, e in questo caso anche l’ambiente che lo circonda, in condizioni estreme che lo spogliano di ogni bene, conducendolo alla lotta per la sopravvivenza. A tal proposito viene spontaneo accostare il film in questione ad opere come “I dannati di Jiabiangou” o il più recente “Storm children, Book one”, aventi il fine primario di mostrare una realtà di degrado in modo tale da potersi immedesimare in questa. Ma se il lavoro di Bing scavava nel passato per farne emergere un lato forse troppo occulto, e quello di Diaz forzava ad una riflessione tendendo a valorizzare l’immagine grazie ad una ripresa fissa ed esasperante dell’ambiente, Mendoza punta a riprendere la tragedia successiva all’evento, quella che si scontra con la vita e s’interroga sui suoi valori soffermandosi sulle diverse, possibili reazioni dei sopravvissuti.

Da qui affiora la parte più interessante del film, ovvero l’indagine umana che l’autore attua focalizzandosi particolarmente sulle tre persone dapprima citate. E se le figure della donna e del ragazzo risultano sotto questo punto di vista piuttosto neutrali, quella di Larry, l’uomo la cui compagna è stata privata della vita, risulta ben più significativa. A volte la realtà circostante spinge l’uomo a delle prese di posizione impensabili, spesso irrazionali, e tra queste vi è la religione, vista quindi come rifugio spirituale e mezzo attraverso il quale poter effondere le proprie insicurezze. La riflessione del regista però non si riduce a questo, si scopre anzi essere molto più profonda e radicata sul lato umano ed umanitario dell’individuo, da qui la scelta di Bebeth di aiutare il prossimo e non arrendersi mai nella ricerca dei propri figli, sebbene ormai (probabilmente) conscia della sua fallacia.

Il profilo formale dell’opera si dimostra poi altrettanto ben gestito da Mendoza che, nonostante si ritrovi vincolato all’intervallare il lavoro da sequenze che rivestono una forte vena amareggiante, rifugge attentamente dal conferire loro un tono melodrammatico o enfatizzare la circostanza più del dovuto, e riesce anzi a mantenere un’intensità emotiva alta senza mai dover ricorrere a mezzi impropri o tipici escamotage occidentali. E forse è proprio grazie a questo suo palesarsi così autenticamente che Taklub funziona sia come ritratto del degrado e di una città crogiolante nella disperazione, che come riflessione sull’uomo e sulle sue inclinazioni normalmente più recondite.

Voto: ★★★/★★★★★

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