Nel più alto dei cieli

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Nel più alto dei cieli (1977) – Silvano Agosti / Italia

Un incubo. Un angosciante, tetro, claustrofobico locale ci riporta alle origini, facendoci regredire ma anche e soprattutto svelandoci, in qualità di esseri mostruosamente falsi e pretenziosi, bramosi di una decenza immeritata. Prima ancora di stabilire quanto di reale e quanto di illusorio vi sia nella vicenda narrata, bisognerebbe rendersi conto di quanto tale confine venga ridotto e di fatto annullato. “Nel più alto dei cieli”, terzo lungometraggio del regista bresciano Silvano Agosti, si presenta immediatamente come la continuazione e la messa a punto di un discorso già iniziato pochi anni prima da geni connazionali come Pasolini e Petri in opere del calibro di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” e “Todo Modo”. In questo senso si può ammettere che Agosti centri in pieno il bersaglio prefissato, confezionando una parabola grottesca che sovverte ogni ordine umano e sociale per stabilizzare e denunciare una viltà solo apparentemente inesistente.

Tra politici, giornalisti e suore, un gruppo di persone si reca in udienza dal papa ma una volta entrato nell’ascensore si accorge di esserne rimasto bloccato all’interno. Il tempo passa e il mistero rimane insolvibile. In un’incipiente spirale di follia ogni istinto represso verrà a galla, sfociando in violenze, stupri, cannibalismi ed altre atroci pratiche corporali; lo scenario finale è rivoltante. Qui osserviamo lo svolgersi normale degli eventi ed il prevedibile ricevimento del papa: è stato tutto un sogno?

Si può facilmente dedurre fin dalle prime inquadrature quanto quella di fronte alla quale ci troviamo, non sia una realtà intesa in quanto tale. Dialoghi futili, brevi preparativi, un’atmosfera estraniante che dunque non sembra riflettere sul semplice atto, quanto piuttosto su ciò che si cela al suo interno. Intesa in questo senso, la pellicola non conta e non chiede di contare su uno svolgimento diverso dal puro e semplice evolversi e dischiudersi di una serie di concetti: concetti che diverranno ben presto fin troppo palesi. E probabilmente si può ritenere questa l’unica pecca dell’opera (se di pecca si può parlare in questo caso), e cioè quella sua attitudine eccessivamente votata all’esagerazione e all’estremizzazione di un concetto che fungerebbe ottimamente da tramite se non venisse privata di una reale capacità di convinzione a livello formale, ma ciò fa riferimento ad una pura ed opinabile percezione soggettiva. Ciò che risulta sicuramente indiscutibile è la forza avvertita nel divenire testimoni di una vicenda che, al contrario di quanto parrebbe, nulla conserva di fittizio ed ogni percezione smuove nell’incitamento ad una presa di coscienza che viene avvertita proprio per mezzo del necessario scenario osservato, disastrosamente osceno e solo in tale maniera realmente assimilabile.

Una claustrofobia perfettamente resa e di conseguenza avvertita, un mondo inteso come perverso paradosso definito da comportamenti appositamente estremizzati. Non si parla tanto di divenire quanto di essere già per definizione ciò che si teme maggiormente di esteriorizzare, ovvero tutta quella serie di mostruosi concetti che definiscono l’uomo moderno. Nella cupa raffigurazione di un ristretto nucleo sociale pienamente rappresentativo (ecclesiastici, politici, giornalisti ecc.), così come nella raffigurazione di un Male intrinseco all’essere si nota la perfetta costruzione malata di un mondo imperversato da convenzioni e da costruzioni mentali, volte a paralizzare l’individuo rendendolo schiavo della sua stessa natura. La via di fuga non esiste qui così come non esisteva nel bellissimo “L’angelo sterminatore” del maestro spagnolo Luis Bunuel, e ciò in virtù del fatto che la risposta è già data all’interno delle quattro mura, e liberarsi equivarrebbe unicamente a continuare una condotta malsana e abitudinariamente ipocrita.

Una realizzazione dunque che sfrutta l’elemento grottesco per delineare uno schema di vita senza codici. Agosti tocca qui l’apice della sua carriera di regista con una storia onesta, orrenda, forse elitaria ma mai falsa e mai disposta a compromessi. Nel più alto dei cieli è senza dubbio un’opera straordinaria, un incubo ad occhi aperti schietto e diabolico, degradante, violento e sentenziante, con un finale che denuncia molto più del resto dell’opera. Un film caotico ed epocale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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