Intolerance

Intolerance: Love’s Struggle Throughout the Ages (1916) – David W. Griffith / USA

Arduo affrontare un tema tanto complesso quanto il suddetto, prima su tutti la difficoltà di affiancare ad un Cinema così controverso come quello del pioniere americano Griffith ogni altro tipo di idea di cineasta e dunque di Cinema. Di sicuro con la suddetta ci troviamo di fronte ad una delle prime e maggiori espressioni di film narrativamente e ideologicamente stratificato. Un’opera perciò questa che, al di là del grande insuccesso che riscosse all’epoca e della ancor più grave ristrettezza mentale e di approccio che rimane fuori dubbio, può sotto vari aspetti rappresentare un buon punto di inizio per lo sviluppo tecnico dell’inquadratura.

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Cercando di riassumere, di dare un volto il più verosimilmente autentico allo sdegno giustificato di fronte all’odio e alla cecità umana, l’autore propone quattro episodi della storia dell’uomo (rispettivamente la caduta di Babilonia, la crocifissione di Gesù, la strage degli ugonotti e uno sciopero americano di pochi anni precedente alla realizzazione dell’opera) dimostrando quanto l’intolleranza sia stata fondamentale nella decadenza di intere civiltà. Ad unire e collegare simbolicamente i quattro avvenimenti in un unico flusso temporale una donna che vigila su di una culla, probabilmente proprio la culla del tempo.

Rimanendo fortemente ancorato alla Storia, quasi come se fosse d’obbligo avvinghiarsi alle radici di un’intero mondo per poter costruirne l’eredità filmica, Griffith replica il suo itinerario sull’appena citata tematica andando a scavare però ancora più a fondo, e ricercando le presunte ragioni di un Male di vivere già agli albori del secolo fortemente sentito: prendendo dunque in analisi specifica quattro episodi diversissimi e lontanissimi tra loro e raccontandoli, forse con eccessiva banalizzazione, ma sempre con un disegno di fondo quantomeno meritevole. Una sorta di continuazione dunque, di precedenti opere che, come il ‘Cabiria’ di Pastrone, già avevano come obiettivo, seppur in maniera ancor meno originale, la rivoluzione del Cinema per mezzo della trasposizione storica (elemento quasi di prassi per il primissimo periodo Cinematografico). L’autore americano infatti intenta qui una vera e propria ricerca stilistica, basata prevalentemente sulla fusione tra l’elemento realistico e drammatico con quello quasi onirico e al contempo tragico, volto ad inscenare un teatrino di anime che con rappresentano più il loro stesso dramma, quanto il dramma dell’intera umanità.

Probabilmente le pecche del Cinema di Griffith vanno ricercate nella mentalità di un popolo talmente retrogrado da non intentare il minimo avvicinamento ad una concretezza che possa veramente definirsi tale e quindi di conseguenza universalmente valida. ‘Intolerance’ di fatto è il risultato dell’unione di vari progetti totalmente diversi tra loro, da quello già citato della rappresentazione storica a quello di voler ripresentare il dramma degli scioperi e della celebre causa intentata ai danni di John Rockefeller; diversi stili e diversi argomenti che dunque vanno ad assumere una valenza dubbia e poco comprensibile, soprattutto in quanto fallimentare tentativo di inscenare un dramma contemporaneo. A conti fatti non si può negare la positività d’impatto che comunque si riscontra nell’approccio ad un progetto tanto vasto quanto coraggiosamente e risolutamente rappresentato.

Il Cinema di Griffith svela un’ideologia poco condivisibile e davvero eccessivamente retrogrado e mentalmente chiuso, un modo di rispecchiare e presentare la vita banale e banalizzante: attitudine che consente di comprendere meglio la metodologia e la mentalità di un operato, quello americano, che non ha mai convinto e che non ha mai superato le proprie barriere sociali schematizzanti e le proprie ristrettezze di pensiero.

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Voto: ★★★/★★★★★

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