Ju-on: Rancore

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Juon (2002) – Takashi Shimizu / Giappone

Mostruoso, inquietante, onnipresente. In poche altre pellicole il Male si propaga così feroce ed inestinguibile: come una malattia, come un morbo infetto dalle radici innegabilmente umane, proprio per questo maggiormente palpabile. In tutta la sua brutalità “Ju-on: Rancore” è un intelligente e ben calibrato esperimento horror dove ad inquietare non è solo la brillante predisposizione inculcata nello spettatore, quanto bensì la sapiente consapevolezza di cosa realmente può terrorizzare nel profondo dell’animo, ovvero la folle, implacabile riconducibilità del terrore stesso alle sue radici umane. Dal talento già affermato di Takashi Shimizu dunque un’opera ben inquadrata, efficiente nel giostrare i ritmi tramite una sceneggiatura originale, confusionaria ma in definitiva assolutamente stimolante.

Tramite un’intelligente quanto traumatica introduzione veniamo catapultati nella vicenda e messi a conoscenza dell’antefatto che annuncerà il resto dell’opera, ovvero l’esistenza di una maledizione secondo la quale, in seguito ad un incidente brutale o ad una morte violenta, le anime dei morti vengano intrappolate nel luogo dell’incidente in attesa di scatenarsi su chiunque si avvicini a loro. In seguito a ciò assistiamo ad una serie di episodi senza linearità temporale, ciascuno intitolato col nome del personaggio più ricorrente, tutti legati ad esperienze di persone coi fantasmi che infestano una dimora, ostello di nefasti avvenimenti.

Fin da subito, (e soprattutto) fin dai primi istanti, dalle prime inquadrature veniamo aggrediti da una violenza istantanea e fulminante che in tutto il suo furore altro non fa che ribadire la convinzione di un Cinema d’horror dove il terrore è inculcato nello spettatore con intelligenza e non solo mentalmente. L’intera saga di Ju-on parte da delle basi innegabilmente azzeccate, astute nel radicare la matrice spaventosa all’interno del concetto più ampio di uomo, ed è forse questa la carta vincente di questa straordinaria serie di film. La paura vista dunque quasi come un’eredità che si tramanda di persona in persona, di generazione in generazione, come un morbo radicato nell’esistenza stessa, impossibile da rimuovere, ma solamente da rifuggire e da dimenticare, un po’ come la morte stessa. Qui per l’appunto non si parla tanto di sconvolgere quanto proprio di rendere ansia e terrore profondamente inscindibili dalla quotidianità, non perciò magicamente presenti o inspiegabilmente immortali, semplicemente normali.

La costruzione dell’opera è assolutamente superba. Shimizu rinuncia ad ogni tipo di cripticità in favore di una messa in scena fin da subito precoce e convinta nel dimostrare il proprio potenziale. L’atmosfera viene creata con intelligenza e maestria. Ogni elemento tipico del genere viene fatto proprio: la paura è sempre giustificata, intrinseca al proprio ruolo nella vicenda, lo spettatore assiste consapevole agli avvenimenti, il ritmo è continuo e crea una tensione onnipresente che avvolge l’opera senza pause e senza dilungamenti di ogni sorta. Insomma, un horror che conferma la validità del legame tra lo stesso e la matrice puramente terrena e perciò umana del genere, che più di ogni altra cosa quindi risveglia le paure inconsce e quotidiane di chi osserva. La costruzione dell’opera infine, suddivisa in capitoli legati fra loro ma indipendenti l’uno dall’altro, suggerisce l’idea di un Male invincibile e nuovamente onnipresente, comprensibile eppure angosciante e imperituro.

Concludendo perciò un film validissimo, ben costruito ed ideato, forte della fama dei suoi capitoli precedenti, diretti altrettanto abilmente dallo stesso autore, ma sempre coraggioso ed intelligente nel riuscire a calibrare i tempi, i ritmi e le modalità di un genere tra i più complessi e discussi dell’intera gamma cinematografica, in quanto dipendente da svariate costanti e fattori. Un’opera assolutamente riuscita e quantomai convincente, un vero e proprio gioiello da non perdere per gli appassionati del genere, un j-horror che va ad affiancarsi alle imponenti contemporanee di autori quali Nakata e Kurosawa.

Voto: ★★★/★★★★★

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