Forever Loved

Lawas kan pinabli (2012) – Christopher Gozum / Filippine

Riprendendo e in un certo senso proseguendo il discorso già iniziato tre anni prima con l’interessante ‘Child of the Sun’, il regista filippino Christopher Gozum si imbarca qui in un lavoro sperimentale, complesso e sfaccettato, dove a fare da significante dell’immagine non sono più unicamente il senso estetico ed il lirismo cari all’autore, ma bensì un impegno sociale e storico fuori dal comune. ‘Forever Loved’ infatti altro non è che il tentativo di unire e di far convivere le due diverse spinte cinematografiche già citate in una sola opera, ed il tutto con un’autorialità ed un’intelligenza che non può che destare ammirazione e rispetto.

Per mezzo di un linguaggio e di un’impostazione sospese a metà tra l’onirico e il documentaristico, osserviamo la vicenda di un giovane che si reca in un paese sconosciuto per ritrovare la moglie dispersa ormai da tre anni. Durante la ricerca però quest’ultimo si imbatte nelle vicende di vari immigrati filippini, intenti a fronteggiare le ostilità del governo ospitante e alle prese con la disperata ricerca di un lavoro che permetta loro il sostentamento. Tutto ciò converge gradualmente in un lento, progressivo, cammino verso l’ignoto, verso un perseguire una strada difficoltosa e senza fine: in un immenso deserto popolato da speranze, ricordi e rimorsi, che termina laddove scompare ogni certezza, dove muse vestite di nero sussurrano dolci ed inafferrabili componimenti.

Si presenta fin da subito come un tentativo estremamente rischioso quest’ultimo lavoro del filippino Gozum; un film che vanta immediatamente un potenziale rivoluzionario estremamente alto, se pensiamo al termine soprattutto sotto il punto di vista prettamente tecnico. Ancor maggiore risulta lo sbalordimento se abbiamo presente le seppur recenti eredità filmiche (dalle quali sembra aver attinto l’autore) di registi come Menkes e Xin, e in particolare ‘Karamay’ e ‘Dissolution’: un’opera perciò che in un certo senso veicola l’attenzione dello spettatore verso uno scenario fortemente contrastante, sia tematicamente che strutturalmente parlando. L’elemento sociale e quello onirico delle pellicole sopracitate sono infatti i due cardini del film in questione, e ne compongono e frammentano l’evoluzione in maniera discontinua e quasi ipnotica. Non esiste dunque una definizione ben precisa per determinare il genere preciso di ‘Forever Loved’, se non quella di un importante, audace prova autoriale dove la realtà necessita immancabilmente di un appoggio e di una avvaloramento di una componente surreale, anche solo per conferire maggiore fascino estetico e meno pesantezza ai temi affrontati.

Detto ciò lo scopo dell’opera non si può ritenere certo quello di trascendere gli eventi narrati né tanto meno di sminuirli, anzi. Le due attitudini già descritte vanno a scontrarsi reciprocamente per la loro innegabile diversità, ma ciò crea una sorta di continuo ideale, un’immaginaria, semplificata e fascinosa riformulazione stilistica che rende lucido e cristallino l’intento finale. La sconfinata, cocente immensità del deserto, teatro della quasi totalità delle sequenze oniriche, rappresenta solamente la realtà, quel brancolare alla ricerca di una risposta inesistente che, come ci insegnava Antonioni ai tempi del suo ‘L’avventura’, altro non è che la pura e semplice manifestazione di un cancro immanente alla vita, ovvero la mancanza di senso e di giustizia della stessa. Non riapparirà la moglie del protagonista così come non riappariva l’affascinante e inquietata Lea Massari nel cult del maestro italiano appena nominato, e ciò non può che provare quanto appena detto. Dunque uno smarrimento esistenziale prima ancora che fisico, un convincersi della persistenza di speranza pur senza averne la convinzione né la forza.

Il corpo dell’opera poi, ovvero le varie testimonianze che il giovane registra nel corso del suo viaggio, attesta una realtà, una piaga nazionale (e cioè quella dell’immigrazione filippina), che vuole appositamente scioccare per mezzo del semplice racconto, della presa d’atto diretta di un fenomeno sociale. Individui deformi, separati dalle loro famiglie, economicamente in ginocchio, senza tetto, stuprati e abusati. La verità è atroce, inconcepibile, inaccettabile e di questo ce ne convincerà la sontuosa scena finale, splendido culmine di un apologo cinematografico che non può che destare ammirazione in tutta la sua brillante e concisa perfezione. Un esperimento pienamente riuscito, un’opera unica ed irripetibile che crea uno sguardo sul mondo brillante ed innovativo attraverso una messa in scena azzardata ma mai indecisa ed un approccio accorato ma mai pedante.

Voto: ★★★★/★★★★★

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