Il carretto fantasma

Körkarlen (1921) – Victor Sjöström / Svezia

Riprendendo in mano l’omonima opera del Premio Nobel Selma Lagerlöf, il talentuoso regista svedese Victor Sjöström confeziona qui un film complesso, stratificato e intriso di metafore che, nel loro tenebroso, conflittuale significato, compongono un puzzle di emozioni e di frammenti di vita quantomai significativi e toccanti: il tutto con uno stile che si appropria intelligentemente dei canoni surrealisti proprio per rimandare ad una dimensione esasperante, tremendamente e realisticamente umana. Un film che dunque inneggia ad una redenzione in maniera forse banale ma sicuramente meritevole di vanto, un’opera prima tra le più sorprendenti mai viste.

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David Holm è un uomo finito: malato tubercolotico, ubriacone senza tetto e senza speranza, si aggira in compagnia di altri suoi compagni di bevute per le strade della città sbraitando spavaldo. Quando però, in seguito ad una rissa notturna, egli viene colpito a morte, prende vita un’antica leggenda secondo cui l’ultimo peccatore morto in quell’anno debba trainare fino all’anno successivo il carro funesto della Morte. Da qui, attraverso un flashback che copre quasi tutta la durata dell’opera, veniamo a conoscenza del peccaminoso passato del protagonista, malvagio e manesco con la moglie e i figli, pessimo esempio per il fratello e complice indiretto della morte di una giovane che tempo addietro gli offrì soccorso. Colto infine da profondo e sincero pentimento, l’uomo verrà riportato in vita acciocché possa finalmente rinsavire e cambiare vita.

Del grande ingegno e dell’immensa originalità di questo autore purtroppo non rimane che quest’opera, manifesto di un Cinema genuino, sincero e indipendente rispetto allo strapotere americano, che difatti ingloberà spietatamente tutti i successivi lavori del suddetto regista. ‘Il carretto fantasma’ dunque, partendo da premesse altamente surreali, riesce con estrema intelligenza a ricollegarsi in maniera anche brutale alla realtà proprio attraverso l’espediente del rimorso che, insieme ad una struttura spazio-temporale altalenante e discontinua, permette allo spettatore di focalizzarsi e immedesimarsi perfettamente in un intero arco di vita. Quest’ultima infatti, quella del protagonista, nella sua completa lettura, altro non è che il pretesto per riflettere sull’uomo e sui concetti ad esso legati che ne sanciscono e determinano la condotta. Nonostante la lettura forse eccessivamente prevedibile e moralista della vicenda, Sjöström riesce ad affascinare e a rendere fortemente originale l’opera, e questo soprattutto attraverso l’uso sapiente e illuminante dell’intero comparto tecnico.

Senza inoltre dilungarsi eccessivamente su quello che è il mero insegnamento, la morale che si può trarre dall’opera, si può però notare una componente di spicco che contribuisce, insieme alla resa tecnica, ad avvalorare la pellicola (distinguendola da film come ‘La vita è meravigliosa’), ovvero l’aspetto legato alla morte. Il titolo si riferisce infatti proprio a quest’ultimo fattore facendo notare che, nonostante l’importanza dello stesso all’interno della storia non sia affatto necessaria, svela molte chiavi di lettura. Ad essa viene legato ogni pensiero più tetro e spaventoso, ma in fin dei conti viene vista unicamente come un traguardo al quale giungere preparati, come uno spunto per riflettere più seriamente sulla propria vita e sulle proprie vicissitudini personali, imparando dalle azioni. Tutto ciò che concerne qui l’aspetto contenutistico può sembrare una reiterazione, una riproposta incessante e bonaria, ma di fatto lo è solo in parte, in quanto il discorso non è mai superficiale, ma si appropria della materia trattata sviscerandola con arguzia e sottolineandone ogni piega o punto recitativamente, registicamente e tecnicamente. È un film quindi che svela il terrore dell’uomo di fronte alla propria vita, che riesce a colpire e ad attirare per la brutalità dell’impatto visivo, che accosta intelligentemente ogni richiamo emotivo ad un’immagine forte e immediata e ad una altrettanto lampante chiarificazione concettuale: un film semplice e chiaro, che non gioca sull’ermetismo o sul simbolismo quanto invece sull’impatto emotivo, vincendo la scommessa.

Vincendo però soprattutto grazie alla straordinaria tecnica usata. Fin da subito si viene immersi in un’atmosfera di sogno, lontana e solo apparentemente insondabile, per mezzo di un gioco di luci senza pari, che vanta blu foschi e tetri quanto gialli da interno che illuminano senza abbagliare quanto piuttosto con l’intento opposto di far risaltare i tratti più orribili dei volti e delle espressioni. Tramite poi effetti-fantasma e continue sperimentazioni visive assistiamo ad una resa che rende l’immedesimazione subitanea e istintiva, sopratutto nelle sequenze concernenti il carretto della Morte, lugubre, malandato ma estremamente suggestivo. Un film dunque alquanto interessante e soprattutto importante, una parabola umana che parla dell’uomo attraverso una sperimentazione visiva superba insomma, un lavoro che, tranne lavori successivi come il bellissimo ‘The Wind’, accenna solamente alle incredibili potenzialità di quest’autore purtroppo dimenticato.

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Voto: ★★★/★★★★★

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