Lucifer

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Lucifer (2014) – Gust Van den Berghe / Messico

Sin dalle prime inquadrature si intuisce immediatamente quanto accostarsi a simili opere si avvicini ad un atto volto a ricostruire la genesi dell’uomo attraverso uno sguardo volutamente innovatore e surreale. Ma una genesi che prescinde da ciò che sembra, dunque da tutto ciò che siamo abituati a considerare: non molto dissimile da una radicale reinvenzione del naturale rapporto uomo-divino, razionale-viscerale, per sottintendere un’idea di base sublime in quanto invito ad una presa di coscienza. Tutto ciò attraverso una ridefinizione totale che parte immediatamente da un aspect ratio convertito e mantenuto per quasi tutta la durata dell’opera in tondo-scope.

Lucifero, nei panni di un frate francescano, scende sulla terra, in un paesino del Messico. Si avvicina ad una piccola famiglia del posto, composta dalla giovane Maria e dalla madre con il fratello infermo, Emanuel. Lo strano visitatore guarisce quest’ultimo, diventando subito celebre in tutto il paese, seduce la figlia, e fatto questo una mattina scompare nel nulla. Vani saranno i tentativi di richiamarlo, come vano sarà il piano di erigere un’altissima torre in suo onore. Emanuel, così come Maria, scompariranno: il piano del perfido angelo caduto di erigere una scala per arrivare fino al paradiso è ad un passo dal compimento.

Il Male è vivo. E’ tangibile, nascosto tra di noi, perfettamente credibile ed immedesimato. Ma qui c’è molto di più. Qui ogni canone, ogni pensiero raziocinante, ogni concezione instillata nella mente, viene di fatto capovolta per lasciare spazio ad una riconversione totale del concetto di Malvagità. Quello che, per il primo dei tre capitoli che suddividono l’opera, regna incontrastato come protagonista (ovvero Lucifero stesso) rappresenta in tutta la sua perfetta e scrupolosa costruzione l’antitesi di ciò che è. Garbato, gentile, fautore di miracoli ed (apparentemente) anch’esso succube dell’amore. Le sue fattezze sono assolutamente umane, il suo linguaggio è il medesimo del luogo da lui visitato, la sua trasformazione sembra insomma al cento per cento riuscita. Chiaramente però il suo comportamento mira al potere, a quella perpetua attrazione verso l’assoluto e verso la predominazione che non può non coinvolgere tematiche prettamente umane trascendenti alle stesse, basti pensare al discorso introdotto su una serie di parallelismi surreali.

La dimensione ultraterrena, quell’aura di nebuloso ed offuscato velo che attanaglia l’uomo e lo rende incerto ed insicuro di fronte a forze superiori (un po’ come quella che faceva da terzo incomodo nel “Faust” di Sokurov, chiamasi in questo caso dubbio), viene accennata e ripetutamente chiamata in causa dal regista come a voler sussurrare nell’orecchio dello spettatore un significato ben più recondito, nemmeno ancestrale, quanto più paurosamente dimenticato e da sempre alla base dell’esistenza. In questo caso perciò i dialoghi tra un’entità imprecisata (ma facilmente ricollegabile ad una divinità) ed Emanuel verso il finale dell’opera sono illuminanti, così come quello tra la sorella di quest’ultimo ed un bambino immerso in un lago. Se quindi quest’alone di mistero e di sovrannaturale ricopre ed offusca allo stesso tempo ogni azione ed ogni pensiero a riguardo, non ci si può esimere dal considerare tutto ciò come la cripticità di un male che, pur incombendo imperterrito sull’uomo, lo lascia al contempo ignaro e stordito delle sue manovre: esplicativo più di ogni altra dissertazione a riguardo il finale dove (nonostante la voluta confusione e difficoltà di comprensione) scorgiamo l’intero paese chiamare a gran voce quella stessa entità che ha perpetrato ai danni della stessa la più grande truffa mai compiuta. Pensiamo inoltre ai lampanti rimandi disseminati:non è un caso che la giovane sedotta da Lucifero e poi scomparsa si chiami proprio Maria, come non è un caso che l’immersione nel mondo terreno e tutte le azioni compiute mirino ad una rapida e fruttuosa ascesa al cielo.

Lo sguardo del frate francescano (?) incombe su di noi, è una delle prime immagini che notiamo e che rimangono impresse per la loro efficacia visiva. Qui la regia è abilissima e, oltre a rovesciare ogni canone filmico e tecnico sottintendendo un preciso volere, punta ad un significato ben chiaro. Il tondo-scope usato rimanda ad una sfera, un’immagine di perfezione, ma al contempo ad un inusuale aspect ratio che volutamente, proprio come il significato dell’opera, ne ribalta ogni altro simile mai usato (come il sedici noni). L’interesse di scrupoloso studio religioso si nota da ogni inquadratura, chiarificando la già ben palese intenzione di non voler riprodurre il conflitto Bene-Male in termini iconografici o stereotipati, quanto piuttosto attraverso un intenso e profondissimo studio dell’essere in ogni sua inculcata spinta verso il credo professato. Una regia perciò fulminante che, insieme ai termini stessi dell’opera, rende quantomai arduo e complesso il cammino dello spettatore verso la completa comprensione dell’oggetto in causa, ma che al contempo ne rende straordinariamente coerente ogni aspetto ad essa attinente.

Un film in definitiva straordinario, un viaggio di un’intensità flemmatica che, seppur non immediatamente diretta, raggiunge immancabilmente per la sua grandissima stratificazione a livello contenutistico, racchiudendo in sé ogni concetto sull’uomo mai espresso. Un vero e proprio gioiello, capitolo conclusivo di una trilogia immancabile ed assolutamente interessante.

Voto: ★★★★/★★★★★

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2 risposte a Lucifer

  1. Frank ViSo ha detto:

    I film di Van den Berghe mi ispiravano molto, poi ho mi è capitato di vedere “Blue Bird” e devo dire che ne sono rimasto in parte deluso. Per questo “Lucifer”, però, già dal trailer mi aspettavo qualcosa di squisitamente surreale, senza contare l’inventiva per l’inusuale aspect -ratio (probabilmente, la ricerca di un’originalità estetica è un aspetto al quale l’autore tiene molto, vista la scelta del colore blu, per l’appunto, nel film succitato). Da quanto leggo, l’idea che mi ero fatto sembra prendere conferma, e insomma, la curiosità per questo non può che crescere grazie al vostro ottimo pezzo, grazie!

    P.S. sbaglio, o l’attore che credo impersoni Lucifer (ora non mi viene il nome) è il “feticcio” di Pereda?

    Un saluto!

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    • cinepaxy ha detto:

      Ciao Frank,
      grazie per gli apprezzamenti, “Blue bird” in effetti manca da vedere, non mi stimolava granché, però ti assicuro che questo “Lucifer” merita, non saprei dire se è proprio nelle tue corde, a tal proposito infatti attendo di sapere che ne pensi…per quanto riguarda il protagonista, hai visto bene, è proprio Gabino Rodriguez il feticcio di Pereda!

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