Costa Dulce

Costa Dulce (2013) – Enrique Collar / Paraguay

Ragionare sul denaro in quanto valore distorto e sul delirio provocato dall’avarizia – già promosso da capisaldi della settima arte tra i quali primi esempi è annoverabile il magniloquente ‘Rapacità’ di von Stroheim – tutto con uno stile asciutto e ottenebrante. Collar realizza un’opera brillante, saggia nell’orchestrare a ritmi lenti e tonalità oscure il dramma dell’uomo offuscato dall’onnipotenza egoistica e attanagliato dalla povertà del suo contesto sociale.

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Il racconto parte introducendo in una sorta di intervista un gruppo di anziani che narra dell’antica ricchezza del paese (il Paraguay) nel diciannovesimo secolo, ricchezza poi depredata da altra nazioni. Successivamente veniamo introdotti nella vita di David, giovane che lavora sulla restaurazione di una casa non sua coi proprietari assenti. Quando però egli riceve da ignoti un metal detector si risveglia in lui un’ossessione che lo spinge a cercare a tutti i costi vecchi tesori sepolti all’epoca della ricchezza del paese. Un’ossessione purtroppo devastante, che lo porterà ad uccidere il suo compagno di ricerche e, sempre in preda al delirio, a fuggire via di nascosto.

L’opera di Collar si sviluppa palesemente su più piani di riflessione, ma quello che senza dubbio risulta più interessante è, come accennato prima e come d’altronde confermato durante la pellicola, quello sociale. L’importanza che infatti l’autore conferisce a tale aspetto è davvero tanto più elogiabile quanto di fatto singolare e meritevole di attenzione. Come un archeologo egli riesuma una realtà ormai passata provando però praticamente la sua tutt’ora attuale validità. L’avidità, il feroce desiderio di una ricchezza rapida e duratura, sprona e corrode la mente del protagonista proiettandolo a livello pratico in una spirale di follia, ma al contempo trasformandolo teoricamente nell’esempio perfetto di un’umanità ancora rapace, immatura e malvagia: in due parole oziosa e opportunista. Una condanna definitiva per un genere umano perduto e autolesionista, disposto alle più bieche azioni e offuscato da una situazione generale che lascia d’altronde ben pochi mezzi di sostentamento alla povera gente, agli ultimi gradini della scala sociale e mondiale.

D’altro canto non ci sono dubbi sul fatto che con questa favola oscura e pessimistica l’autore voglia dipingere, non solo il lato più bieco e abbietto dell’essere umano, quanto una vera e propria realtà sociale a lui vicina. La narrazione risente in questo senso del forte interesse del regista per l’aspetto più prettamente storico della vicende narrate, e l’incipit in questo caso ne è la perfetta conferma, inserito apposta per calare lo spettatore, non all’interno di una semplice storia quanto di un vero e proprio contesto sociale realmente esistente.

Certo dalle conclusioni che l’opera trae sull’uomo se ne deduce una schiavitù totale di quest’ultimo nei confronti della sua stessa natura malvagia e peccaminosa, ma tutto ciò è reso con estremo tatto e attraverso una regia maestosa, attenta a sacralizzare l’attimo per mezzo di riprese lunghe e silenziose e atmosfere tese e cupe. La macchina da presa si sofferma spesso su primi piani del protagonista, o su scene della sua quotidianità apparentemente senza scopo, ma ciò riesce a rendere alla perfezione quel processo di immedesimazione psicologica che è centrale e necessario per la riuscita e per la comprensione finali.

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Voto: ★★★/★★★★★

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2 risposte a Costa Dulce

  1. Sara ha detto:

    esiste un link per vederlo? per favore

    Mi piace

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