Still Life

Sānxiá hǎorén (2006) – Jia Zhangke / Cina

Un viaggio interiore che scava nel profondo delle emozioni umane, andando a ricercare e instillare quella tenacia per l’esistenza, quella feroce caparbietà di vivere, che forse abbiamo perso, e che proprio attraverso l’insistente e coraggiosa presa di coscienza di individui calati in una realtà, possiamo riconquistare. Ecco allora che prende forma l’opera in questione, un grande affresco di vita per ritrovare noi stessi, facendo di tutto ciò la propria imperitura missione.

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A sedici anni di distanza dalla fuga della moglie con la figlia ancora piccola, Han si imbarca in un lunghissimo viaggio per ritrovare la sua famiglia. Dopo vari tentativi riesce a trovare la consorte, ma questa lo lascia bruscamente dicendogli di essersi rifatta una vita, salvo ritrovarlo poco tempo dopo in difficoltà economiche. A questo punto Han, pur di ricrearsi una vita con la moglie, partirà per un viaggio col fine di guadagnare abbastanza per sciogliere la donna dai debiti del fratello.

Continua l’epopea cinematografica del grande autore cinese sulla ridefinizione del suo contesto natio in parallelo con la situazione sociale attuale. Se però nelle sue ultime opere notiamo uno stile maggiormente narrativo e più socialmente graffiante, qui Jia si lascia andare al massimo delle sue capacità comunicative, attraverso una storia davvero flemmatica e suggestiva, che racconta molto più di quanto non sembri e che lascia estasiati per la bellezza delle sue immagini. La storia infatti è apparentemente semplice: un uomo ricerca la moglie con la speranza di rifarsi una vita. Ma ciò che non viene spontaneo notare è l’antefatto, ovvero il risveglio. Quella di Han è infatti la morte di un letargo esistenziale, è la presa di coscienza e la convinzione della possibilità e della necessità di continuare a vivere, di sopravvivere alle spinte negative che la vita ci offre continuamente. Il suo viaggio è la risposta pratica a una precedente morte ideologica, che porta l’individuo ad arrendersi di fronte alle prime avversità.

Ma del resto tutto è un pretesto nell’opera in causa, tutto funge da brillante tramite per proiettare lo spettatore in uno stato di pura contemplazione, di semplice riscoperta dei veri valori della vita. Ogni elemento è il perfetto cavillo per ragionare o semplicemente per diventare parte dell’immenso scenario visivo, per rendersi conto di tutto ciò che realmente definisce e conferisce significato alla vita. Il mezzo diventa il semplice tramite per riuscire ad assorbire frammenti di vita e immagini mute, scevro da espedienti narrativi ma semplicemente per l’efficacia di quanto mostrato, che a prima vista può sembrare quasi insignificante o insensibile ma che vive di una forza intrinseca a quanto mostrato, tanto più forte quanto reale nella sua magnifica rappresentazione.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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