Student

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Student (2012) – Darezhan Omirbayev / Kazakistan

L’ultimo lungometraggio del regista kazako si presenta come un interessante esperimento sociale volto a rappresentare una realtà tragicamente persistente e nota. Sulla scia del celebre romanzo di Fedor Dostoevskij “Delitto e Castigo” Omirbayev confeziona un’opera quantomai interessante e impegnata che fonde l’imprescindibilità di un messaggio comunque ottocentesco con l’attualità di una situazione fondamentale e quotidiana.

La trama è la seguente: uno studente di filosofia, estraniato da una realtà governata dall’ineguaglianza e dalla mafia sociale, in un ambiente post-sovietico dove soprusi e illegalità sono all’ordine del giorno, decide di procurarsi una pistola. Vaga solitario e ammutolito con l’arma, combattuto e abbattuto, fino a quando non entra in un negozio derubando la cassa e uccidendone il proprietario e vari clienti. In seguito al suo incontro ed innamoramento con una giovane decide poi di costituirsi, rinunciando alla libertà ma con una speranza rinata nella sua vita.

Un’opera ed una rivisitazione sicuramente interessanti nel loro status di affermata realtà sociale. Con un’arguzia ed un’intelligenza da grande regista Omirbayev riesce qui a combinare ottimamente la grande importanza del messaggio dostoevskiano con una verità intelligente e necessitante di notorietà cinematografica. Attualizzata e trasportata nel mondo contemporaneo, non troppo diverso da quello ottocentesco sotto questo punto di vista, vediamo sullo schermo una volontà ribelle ed incostante, il prodotto malato di una società malata, che non trova la sua affermazione se non sulla pelle dei suoi prodotti umani, su una gioventù cresciuta senza valori e impotente sotto il potere di una sempre più spopolante dittatura velata. Imbastendo un perfetto ambiente di circostanza l’autore crea l’habitat ideale, che osserviamo popolato da attrici snob coperte dalla mafia, situazioni sociali critiche, ladri, indottrinamenti scolastici fascisti: e tutto ciò, attraverso intelligenti scelte registiche, viene ad avvolgere il giovane protagonista fino a renderlo schiavo del suo stesso ambiente, quasi costretto a compiere quello che poi gli vedremo fare come trascinato da una volontà generale.

Sotto l’agente di una società schiava non troppo dissimile da quella raccontata inizialmente da Huxley e poi rivisitata ulteriormente da Orwell, l’uomo viene qui ridotto ai minimi termini, privato della propria libertà e senza alcun potere, senza una volontà. Ma se in Winston Smith persisteva, (almeno fino alla definitiva soppressione della sua individualità) una volontà ribelle, desiderosa di cambiare, nel protagonista in questione vediamo appassito perfino quest’istinto, risucchiato da una condizione generale a questo punto ancora più disastrosa di quella raccontata dal romanziere britannico. Ma ciò che è più tragico è probabilmente il divenire reale della più grande distopia novecentesca, il farsi veritiero per mezzo dello stesso operato umano. Al contrario però notiamo una redenzione finale, una speranza che rinvigorisce: come se l’amore, il semplice trovare un senso nella vita, potesse renderle quell’importanza negatale dalla realtà stessa, e ciò è un innegabile segnale positivo mandato dal regista in questione.

Un’operazione perciò davvero lodevole quella attuata in questa pellicola; pellicola che probabilmente vanta più pregi per i suoi contenuti di fondo piuttosto che per la resa e realizzazione in se per se, sicuramente buona ma affatto speciale. Un film che ha molto da dire e ancora più da comunicare, forte di una realizzazione come già detto molto buona ma soprattutto ben studiata e adattata per lo schermo. Un’opera di innegabile importanza e valore che va ad arricchire una filmografia già buona di un regista assolutamente valido e dalla voce forte e nitida. Un esperimento artistico perciò sicuramente riuscito.

Voto: ★★★/★★★★★

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