Jauja

Jauja (2014) – Lisandro Alonso / Argentina

L’ultima fatica del regista argentino si rivela un interessante viaggio interiore e universale dove la realtà si fonde immancabilmente e totalmente con l’idea di un mondo senza certezze e senza scopo: una fuga dalla realtà e una ricerca disperata con uniche matrici l’illusione di una verità inesistente e sempre più lontana. Alonso riprende il cammino iniziato dieci anni prima col suo ‘Los muertos’ rielaborando la metafora del viaggio e facendola propria attraverso una poetica non del tutto convincente ma quantomai piena di spunti di riflessione.

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Il capitano di un’armata argentina, in istanza in una sconosciuta landa desertica, si ritrova a dover affrontare un viaggio infinito ai limiti della sopportazione e della disperazione umana per rintracciare la giovane figlia scappata con un soldato. Attraverso molteplici difficoltà e ancor più fatiche, il protagonista si ritroverà sempre più proiettato in una dimensione quasi surreale, superando i confini spazio-temporali in disperata ricerca di una via di scampo ad una perdita di significato vitale oramai dilagante.

Dovendo focalizzarsi sugli intenti autoriali assolutamente ineccepibile il lavoro ottenuto in questo caso dal regista. Un’opera che apparentemente ha molto da dire e molto da comunicare, soprattutto per le enormi pretese sceneggiative e contenutistiche, forse fin troppo grandi. La storia di per sé è quasi del tutto inesistente se escludiamo le concise premesse iniziali; ‘Jauja’ è un’opera che va intesa fin da principio come un esperimento profondamente e totalmente astratto, riconducibile alla realtà solo per ciò che ne affiora dalle immagini in causa. E’ un film questo che basa tutte le sue premesse su un viaggio, un vagabondare senza meta prefissa, che non è (o almeno non vuole essere) un semplice inseguimento, ma ben altro, piuttosto una ricerca interiore, un porsi delle domande tanto fondamentali per l’esistenza quanto di fatto inesistenti o comunque insoddisfacenti: delle domande che contengono in sé già le risposte. Quando il capitano Gunnar inizia il suo viaggio sa perfettamente a cosa va incontro, ma lo mantiene quella stessa vanesia speranza che sostiene l’uomo di fronte all’ineluttabile nonché sfacciata verità assoluta.

Quella che intravede la figlia è una via di fuga dalla realtà, debole ma nitida. L’autore qui non condanna la scelta della giovane, in verità non condanna proprio nulla: nulla tranne la vita stessa. E quest’ultima che funge da accusata per tutto lo scorrere del film, è proprio questa che porta all’esasperazione e all’estinguersi di ogni tipo di speranza. Quello di Alonso è un mondo perduto, finito, quasi apocalittico, lasciato in balìa dei pochi derelitti che ancora lo popolano, e tutto ciò salta agli occhi quasi subito. Tuttavia si avverte nel complesso una sorta di forte inconcludenza, che regna su tutti gli eventi dandogli un connotato alquanto poco credibile, direi quasi assurdo. Seppur come già affermato l’idea di base sia assolutamente lodevole non ci si può esimere dal notare una forte inconsistenza di fondo, un cercare di rendere una particolare dimensione ideologica dimenticandosi completamente o quasi della sua effettiva riuscita. Pur avvertendo gli intenti dell’autore lo spettatore non viene portato a riconoscere negli eventi osservati una qualche caratteristica che li renda trascendentalmente validi, ma unicamente un rozzo tentativo di affibbiar loro una distinzione fuori luogo. Se è vero che dietro ad ogni fattore si debba riscontrare una validità ben più profonda, nell’intera opera in questione non si nota null’altro se non la ricerca da parte di una padre della propria figlia, cosa non accomunabile ad alcun tipo di fattore contenutistico se non per mezzo della fantasia o della critica successiva fatta senza cognizione di causa.

Sicuramente buona la prova di Alonso sotto un punto di vista puramente tecnico, ammirabile la regia, lenta e muta osservatrice delle pene dei personaggi, e altresì ottima la fotografia. Valida persino la prestazione attoriale di Mortensen, figura ormai hollywoodiana calata questa volta in un contesto alquanto inusuale. Un film che, realizzato diversamente, con una messa in scena più caratterizzante e delucidante degli scopi prefissi, avrebbe avuto personalmente una considerazione di gran lunga maggiore, di tutt’altro livello, ma che rimane di fatto una buona idea messa in pratica da un regista alquanto deludente. Un film nel complesso non del tutto sufficiente, che vanta parecchie falle e che lascia insoddisfatti. Una visione facoltativa che chiama in causa un certo tipo di Cinema senza però dimostrarne le adeguate capacità.

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Voto: ★★/★★★★★

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