Sieniawka

Sieniawka (2013) – Marcin Malaszczak / Polonia

Un film con un potenziale espressivo davvero alto, un vero e proprio manifesto allucinante e metaforico di un mondo in completa rotta, dove gli uomini vagano come senza vita, logorati dallo scorrere del tempo e dalle dissoluzioni della società. Malaszczak qui dimostra col suo primo lungometraggio tutta la propria abilità e voglia di fare del Cinema impegnato, finalmente slegato dal tempo e finalmente ideologicamente e praticamente innovativo e rivoluzionario.

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In un imprecisato periodo molto vicino all’apocalisse, in una zona quasi misteriosa e a se stante dominata dall’incipiente industrializzazione, anziani dal volto segnato e cosmonauti in ispezione vagano solitari e senza meta. Non molto lontano osserviamo un ospedale psichiatrico, scandito da azioni quotidiane e da una routine che sembra inarrestabile. Un mondo in evidente decadenza, destinato ad una fine ormai prossima; le dicerie riguardo ad un passato sono vaghe, ma ciò che notiamo è solo la vita di quei reietti, di quei malati mentali, che loro soli riescono a descrivere nel loro status di testimoni dell’eterno silenzio.

Quello mostrato e descritto qui non è un mondo semplice da descrivere, ancora meno da comprendere. L’autore qui costruisce con una sagacia e un’abilità impareggiabili un universo logorato dal passato e in incipiente rovina, a tratti rassomigliante al nostro, a tratti quasi fantascientifico. Si potrebbe definire questa realtà quasi come una sorta di limbo, sospesa tra il reale e l’apocalittico, dove gli abitanti di questa zona vagano perduti col rimorso degli errori passati e la delusione della perduta felicità futura. La narrazione non è assolutamente lineare né segue un corso ben prestabilito, e tutto ciò che notiamo non punta tanto a narrare una storia quanto a far comprendere la realtà dell’opera in confronto soprattutto alla nostra di tutti i giorni. Non è facile nemmeno, e penso che non lo sia volutamente, comprendere il senso della maggior parte dei fatti che vediamo svolgersi (se pur di fatti si può parlare in una simile opera), in quanto lo scopo dell’opera è quello appena citato, dunque non quello di un racconto fine a se stesso.

Notiamo poi come gran parte dell’attenzione venga confluita nel mostrare l’ospedale psichiatrico con tutti i suoi pazienti. Li osserviamo intenti a compiere azioni abitudinarie, come consumare il loro tipico pasto a base di zuppa, ascoltare la musica e, ad un certo punto, in seguito all’improvviso sorgere del sole, uscire all’aria aperta come rinvigoriti da una nuova speranza. In questa parte dell’opera, che rappresenta il nucleo principale del film, notiamo un dialogo riguardante il passato, nel quale viene narrata la caduta del mondo trascorso (ovvero il nostro) e l’avvento di quello corrente. Vengono spesso sovrapposte sequenze rimandanti ad un’industrializzazione forzata del territorio circostante, alla storia vera e propria. Certo le interpretazioni possono essere varie e comunque tutte di difficile comprensione e accettazione: ciò che non sfugge però agli occhi di uno spettatore attento è il proposito di rimandare ad una concezione futuristica del mondo con lo scopo preciso di demolire il nostro. Il processo attuato qui è di completa denigrazione di una qualsiasi attività politica e governativa tesa (come per altro citato testualmente da uno dei personaggi) alla completa privatizzazione di ogni istituzione, e questo fattore viene citato tra le cause del tracollo. Ogni sorta di speranza democratica e comunista viene stroncata da ciò che vediamo. Quel che resta sullo schermo è in fin dei conti un presente amorfo, senza vita nè ottimismo, scandito da un completo appassimento della libertà individuale e soprattutto della dignità dell’individuo; un presente dove la povertà e la fame dominano su un ambiente già di fatto apocalittico, diviso tra deserti, baraccopoli, gru e squarci di boscaglie aride.

Ogni tipo di soluzione viene completamente accantonata, ogni sorta di speranza concreta abolita. I fievoli raggi di sole che illuminano l’ospedale per poche ore sono l’unico, debole accenno ad un rimasuglio di vita. E’ davvero arduo metabolizzare un’immagine così imponente come quella osservata qui, in quanto l’imponenza stessa dell’inquadratura diventa un’impotenza esistenziale di fronte al quale non si può che rimanere atterriti e, come il protagonista dell’opera sul finale, in attesa, in muta osservazione di ciò che il presente lascia ancora sospirare di una vitalità emersa dalle macerie della disfatta.

Un’operazione quasi di preveggenza quella attuata qui da Malaszczak; l’attuazione consapevole di una realtà sull’orlo del precipizio, imprigionata in un limbo tra vita e morte dal quale è impossibile salvarsi. Forse era auspicabile una maggiore concretezza nel rendere ancora più viva e presente la storia narrata, ma certo ciò conferisce al film una maggiore forza espressiva che a conti fatti è un ulteriore fattore positivo, probabilmente più utile che godibile per chiunque.

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Voto: ★★★/★★★★★

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