Mother and Daughter

Mãe e Filha (2011) – Petrus Cariry / Brasile

Fulminante, conturbante e al contempo davvero sbalorditivo: dovendo convergere in un solo aggettivo, assolutamente sensazionale il secondo lungometraggio del regista brasiliano. Con questa sua favola gotica Cariry si addentra completamente nei meandri ancestrali e negli echi più profondi di una realtà lontana e dimenticata ma soprattutto in una mentalità e in un universo selvaggiamente rigidi nei loro cardini avversi e schiavizzanti. Con un occhio venato di onirico e di surreale l’autore riporta in vita qui un malessere e una condizione palesemente esistenzialiste, senza per questo dirigere l’obbiettivo verso questo indirizzo quanto invece mostrando una realtà deturpata, un’umanità perduta dove ciò che resta è lo sguardo disilluso di chi, come la protagonista, non accetta la continuazione imperterrita di una vita palesemente svanita, morta, come l’infante che si porta appresso.

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Dopo una separazione di quasi vent’anni una donna torna a casa della madre insieme al corpo inanime del suo neonato. Tra dissidi personali e scelte di vita contrastanti la madre insisterà per eseguire una serie di rituali sul bambino benedicendolo e tenendoselo poi appresso insieme a tutte le sue speranze e ai suoi ricordi. La protagonista però, contraria a tutto ciò, deciderà di fuggire via seppellendo il figlio, ma quattro inquietanti spiriti del luogo la aspettano in fondo alla strada.

Una visione soprattutto inaspettata questa. Inaspettata in quanto una vera e propria rivelazione completamente disincantata e slegata da quella concezione prammatica che si è abituati ad osservare in un’opera. Una visione che riesce in una maniera assolutamente unica ed efficiente a far proprio quel significato di dolore e di solitudine di fronte alla vita che ogni essere prova dentro di sé, che ognuno di noi conserva in maniera intrinseca nel suo vivere. Attraverso un’ottica pesantemente disincantata e una regia forte ed eclatante Cariry ricompone come un puzzle quello stadio dell’esistenza che getta le basi nell’intimo desiderio dell’uomo di liberarsi da ogni condizionamento esterno o freno alla libera espressione individuale, e proprio in questo contesto si inserisce il rapporto madre-figlia, fondamento dell’opera nonchè titolo della stessa.

Qui le due figure femminili, in pratica le protagoniste, rappresentano col loro rapporto il nucleo centrale della pellicola, incorporano il significato più profondo della stessa: il loro conflitto, le loro ideologie completamente opposte, entrambi i fattori rappresentano da un lato, quello materno, la fede e la credenza più spietate e cieche nei confronti di uno scorrere e un trascorrere dell’esistenza completamente prive di significato, come un legnetto in un ruscello, affidate al caso e alla più assoluta fiducia in un mondo e in un Dio palesemente inesistenti e inaffidabili. Dall’altro invece, dal lato della figlia, un’opposizione e una ribellione opposte sotto ogni punto di vista. La vita della figlia, le esperienze che ha vissuto staccandosi volontariamente dall’oppressione del nido familiare, tutto ciò la ha portata ad una conoscenza e una consapevolezza della vita profonda per non dire nettamente superiore a quella della sua progenitrice, ma soprattutto alla presa di coscienza dell’inutilità di un trascorrere imperterrito e credente di fatto senza basi e senza giustificazioni. E se non rimane alcun tipo di dubbio su quale delle due spinte vitali abbia la meglio sull’altra, quale delle due ideologie prevalga, di certo l’autore sembra schierarsi palesemente verso il senso opposto, additando quelle presenze ancestrali vittoriose e quella mentalità di supremazia forzata tramite un’oppressione e una violenza di una forza e di un vigore tale da non permettere sopravvissuti. Un mostrare perciò un certo tipo di realtà per poi additare negativamente la stessa, tacciandola addirittura con dei prerequisiti e dei fattori facilmente ricollegabili ad una realtà ben più vicina alla nostra e attuale, assai estranea ad una visione del tutto religiosa.

Dal punto di vista della resa tecnica e generale dell’opera si possono annoverare unicamente pregi. Tramite una modalità di regia impostata essenzialmente su riprese lente, assolutamente meditative e spesso in bilico tra il reale e l’onirico, possiamo notare uno dei risultati più convincenti della storia del Cinema, al pari con poche altre opere moderne. Cariry qui si lascia andare ad una resa dell’atmosfera e ad una regia molto improntate sull’accostamento ossessivo e angosciante del fantastico accanto al reale, ma spesso la sua abilità si dimostra proprio nel riuscire a comunicare le stesse sensazioni solamente per mezzo della pura regia, con un effetto al rallenty e uno sfondo cupo e tenebroso oppure con una semplice solitudine avvolta nell’oscurità più totale, ovvero quella di una madre in apparente catalessi, in uno stato di incoscienza quasi afasica. Una realizzazione praticamente perfetta perciò, quantomai flemmatica ed efficiente, che riesce a rendere una sceneggiatura di base non straordinaria in maniera incredibilmente potente e suggestiva.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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