Penumbra

Penumbra (2013) – Eduardo Villanueva / Messico

Quando la pratica giornaliera diviene un’esperienza eccezionale, quando le parole non hanno più importanza e l’infinità degli spazi sommerge ogni cosa, in un universo pacifico e purificatorio, in un mondo dove le abitudini vanno ad annullarsi, lo scorrere degli attimi non ha più alcuna definizione e la vera protagonista diviene solo e soltanto l’eterna contemplazione: ecco che viene a ricrearsi quella realtà impareggiabile che è ‘Penumbra’. Ed è proprio attraverso l’opera in questione che si riesce, a tutti gli effetti, a concretizzare quell’elemento impercettibile che esiste tra la vita e la morte.

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Mediante uno stile prettamente documentaristico, tipico della new wave messicana, il film, più che narrare, si limita a mostrare la routine quotidiana di una coppia di anziani nella campagna messicana. Adelmo è solito inoltrarsi nella foresta per andare a caccia e procurarsi erbe mediche, ed è lui il personaggio più presente nel film, mentre la compagna Dolores si occupa delle faccende domestiche. Nel corso del proprio viaggio si verrà a ricreare un’armonia difficilmente descrivibile tra Adelmo e la Natura circostante che, anche grazie ad una regia molto interessante e ben studiata, farà sì che si venga a contatto con l’opera stessa, riuscendo a penetrarla fino in fondo.

La grande qualità del film non consiste unicamente nel saper rappresentare attraverso uno sguardo intimo e quanto mai intenso il rapporto Uomo-Natura, ‘Penumbra’ infatti è anche uno splendido affresco della senilità in tutte le sue sfaccettature più profonde, del fugace momento che divide l’uomo dalla fine della propria vita. E Villanueva fa tutto ciò con una maestria esemplare, nonostante il film in questione sia solamente il suo secondo lungometraggio, riuscendo a dare vita ad una condizione altrimenti inavvertibile; l’opera in questione infatti è metaforicamente una porta attraverso la quale si riesce ad accedere all’infinito ripetersi della quotidianità, all’inesorabile avvicinamento alla morte, alla catarsi.

Come nel Cinema del compatriota contemporaneo Nicolas Pereda (con il quale si possono riscontrare diverse affinità, pensando per esempio a ‘Los ausentes’), in quello di Villanueva la tecnica assume grande importanza nella resa efficace del film, in quanto per opere come queste, riconducibili per lo più a vere e proprie esperienze di vita, l’unico requisito fondamentale è proprio la capacità di saper immedesimare lo spettatore in ciò che guarda, ed ecco che la regia entra in causa come fattore primario e fondamentale per la riuscita dell’opera stessa. E nel lavoro in questione tutto ciò è riscontrabile nei piani sequenza, lenti e ben studiati, nelle riprese statiche della Natura, le quali, se è vero che divengono sì in questo senso funzionali, altrettanto vero è che ancor di più lo sono le riprese con macchina a spalla, utilizzate specialmente per mostrare l’inoltrarsi di Adelmo nella giungla messicana. Dunque l’uso intelligente e quanto mai funzionale della macchina da presa è senza dubbio uno dei fattori principali grazie ai quali riusciamo ad accedere all’opera e poterla esperire, ma ancor di più lo è un fattore questa volta totalmente straordinario per il Cinema messicano, ovvero l’abilità davvero magistrale che l’autore dimostra nell’uso delle luci, riuscendo in questo modo a dare vita ad un’atmosfera di una suggestione d’eccezione con una potenza visiva rara, che non poteva non servirsi di una fotografia difficilmente arrivabile. E per fare ciò le riprese sono state realizzate nel periodo che ruota attorno all’alba, quando i colori delle prime ore della giornata sono amalgamazioni di tonalità tetre e oscure, che racchiudono al proprio interno una carica suggestiva e ammaliante senza pari e che, proprio per questo, riescono a trasmettere alle immagini doti straordinariamente incisive.

L’eccelso lavoro di Villanueva si dimostra una piacevole sorpresa, un film che trova la propria forza nella semplicità della narrazione, un’opera con una sostanza forse non straordinaria e ricca di significato intrinseco ma di certo encomiabile per ciò che rappresenta: un quadro perfetto dell’uomo alla vigilia della propria fine, un viaggio estasiante nei meandri della Natura, ma soprattutto, una riflessione brillante e disillusa su ciò che scevera la vita dalla morte, il quotidiano dallo straordinario, la luce dall’ombra: ‘Penumbra’.

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Voto: ★★★/★★★★★

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4 risposte a Penumbra

  1. Frank ViSo ha detto:

    Qui siamo nei territori che ho sempre prediletto: il silenzio e l’estatica contemplazione della Natura, la solitudine dell’uomo e il suo interagire in essa… Il cinema messicano contemporaneo è una delle realtà più interessanti, basta d’altronde pensare a gente come Reygadas, Escalante e Pereda (che tu steso citi), di conseguenza non posso che aspettarmi grandi emozioni da questo film, inseguito da tempo. Spero di poterne beneficiare al più presto anch’io… Un caro saluto!
    Frank ViSo

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  2. Pietro Le Gars ha detto:

    Ciao,
    proprio in questi giorni ho avuto la fortuna di visionare “Verano de Goliat” e “Los Ausentes” i quali mi hanno portato a “scoprire” questo Penumbra che, da come ne scrivete, sembra molto vicino al cinema di Pereda. Se fosse possibile, sareste disponibili a darmi indicazioni sul reperimento?
    E già che ci sono, colgo l’ occasione per chiedervi informazioni riguardo ai lavori di Machado (“The Exercise of Chaos” e “The Road of Milk”)…ho letto la vostra bellissima intervista al regista e vi ringrazio perché ho potuto conoscere un nuovo autore che mi piacerebbe molto conoscere (sempre se possibile).
    Grazie mille. Ciao!!

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    • paxy ha detto:

      Ciao Pietro, ci fa piacere che tu abbia apprezzato l’intervista con Machado. I suoi lavori sono pressoché irreperibili ma lui ha dato piena disponibilità nella loro condivisione, perciò ci sentiamo via mail. Per quanto invece riguarda ‘Penumbra’ potresti provare a chiedere al regista, penso che non avrebbe problemi a passarti il film.

      "Mi piace"

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