Frank Costello faccia d’angelo

Le Samouraï (1967) – Jean-Pierre Melville / Francia

Intrigante quanto abbagliante quello che è da molti citato come il miglior esempio di Cinema “Polar” nonchè l’opera che fruttò la fama al regista, divenendo un vero e proprio cult e risultando ancora oggi come il suo miglior film. Con questa epopea notturna il talento francese mostra il lato più oscuro della vita, quello legato all’eterna sfida tra vita e morte, osservando però il tutto dagli occhi di un giustiziere solitario, rigido e impassibile, dallo sguardo di un reietto, una persona interiormente identica a tutti ma divisa dal mondo intero per la sua scelta di vita.

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Frank è un killer professionista. Gli viene commissionato l’omicidio del padrone di un night club, ma una volta eseguito il compito sia la polizia che i suoi mandanti iniziano a braccarlo per diverse ragioni. Gli viene affidato un altro lavoro, ma oramai, preso tra due fuochi, decide di punire severamente i suoi traditori, entrando consapevolmente in una trappola fatidica.

Tutte le qualità registiche del regista si uniscono qui al mito di Alain Delon, creando una storia come tante nel panorama francese di quel periodo, che punta palesemente troppo in alto finendo per cadere in inutili virtuosismi e stereotipi già ben conosciuti. Ma quello che è interessante, più che ciò che la pellicola mostra in quanto a sceneggiatura e a tecniche, è l’aspetto meramente umano che vi si cela al suo interno, nonostante lo stesso venga calato in un contesto poco consono. Frank è una persona schiva, solitaria, dedita incessantemente alla propria professione. È un uomo identico alla massa, che si ritrova solo a causa delle sue scelte e che sempre a causa delle stesse è costretto a cavarsela con le sue uniche forze. Melville cala però questo tipo di personaggio in un contesto particolare per le sue premesse; un contesto dove il confronto con la morte è giornaliero e dove quindi la situazione da particolare diventa universale, facendo partire perciò un confronto e un’immedesimazione che risultano uniche. La solitudine del protagonista altro non è che la solitudine dell’uomo comune che si ritrova distrutto dal peso della quotidianità, non solo a causa dei problemi che crea ma anche e soprattutto a causa della sua immortale apatia e banalità, e a questo senso le atmosfere del film così come il carattere stesso di Frank confermano pienamente tale ragionamento, con la loro muta attesa e la loro calma angosciante. La sua scelta finale sarà la riconferma decisiva di una presa di posizione e di consapevolezza tanto coraggiose quanto molto più intelligenti di quanto non sembrino a prima vista. Per quanto riguarda invece la costruzione della storia Melville sposta leggermente il centro dell’attenzione sul lato umano del protagonista focalizzandosi sulla sua figura e costruendo il resto del film intorno ad esso, la trama perde così di importanza e  i fatti diventano sempre meno importanti fino ad assoggettarsi alla psicologia stessa di Frank.

D’altro canto è impossibile non ricordare un virtuosismo e una superbia registica davvero imbarazzanti, sicuramente fuori posto all’interno di una storia e di un’impostazione ben diverse (lampante a questo senso il vertigo nella sequenza iniziale). La costruzione dell’atmosfera invece è accurata e perfettamente calata all’interno della storia, la recitazione così come ogni ripresa è completamente addossata alla figura di Delon, alla staticità e al muto fascino della sua figura. Un film che in definitiva pretende troppo dal proprio contesto, idealizzando una situazione in maniera errata e mantenendo quello stampo francese spesso troppo illogico.

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Voto: ★★★/★★★★★

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