Turtles Can Fly

Lakposhtha parvaz mikonand (2004) – Bahman Ghobadi / Iran

Quattro anni dopo il successo a Cannes del suo primo lavoro ‘Il tempo dei cavalli ubriachi’, il regista iraniano torna a raccontare le vicende del suo Paese, viste come sempre nel suo cinema in chiave realistica e perciò fortemente drammatica. ‘Turtles Can Fly’ mescola melodramma intenso, poesia e realismo struggente per definire una realtà, metterla in luce e onorarla quanto più possibile, il tutto tramite una ricostruzione dei fatti e dei personaggi del tutto credibile e veritiera.

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Sul confine tra Turchia e Iran vengono riprese le traversie di un gruppo di ragazzi alla vigilia dell’invasione americana dell’Iran. Satellite è un giovane capo avente forte potere decisionale nelle dispute locali, che scopriamo essere innamorato di Agrin. Tuttavia il suo sentimento non è corrisposto, la ragazza convive con il fratello privato degli arti superiori e con un bambino, che scopriremo poi essere stato partorito da Agrin stessa a causa dello stupro da parte di un soldato. Le avversità che la giovane deve perennemente affrontare unite al continuo ricordo delle atrocità subite, la porteranno a non avere più pietà di nessuno, a liberarsi del proprio figlio, e infine, di se stessa.

Se è vero che il soggetto e la regia non mostrano nulla di nuovo rispetto al primo lavoro dell’autore, ciò che invece rende ‘Turtles Can Fly’ un’opera di rilievo nella filmografia di Ghobadi è riscontrabile nell’apporto della componente poetica nella pellicola, che viene qui impressa fin da subito, mediante una scena iniziale toccante e dalle riprese affascinanti nonostante la realtà decisamente poco serena inscenata. Altra piccola innovazione si può trovare nello stile della narrazione, quest’ultima messa in mostra nel film in maniera non del tutto lineare, molteplici infatti sono i flashback che il regista sfrutta come mezzo per riprodurre la storia.

A parte ciò, la schematicità del film si riconferma un punto debole dell’autore, che, anche questa volta, si limita a dirigere il tutto in maniera piuttosto standard e poco personale, dando alla sua opera poca sostanza e ancora meno forma mettendo in primo piano come sempre un intento per lo più illustrativo, il quale, da una parte gli fa certamente onore, ma dall’altra lo limita fortemente non tanto nella riuscita delle proprie opere quanto più nella loro sostanzialità.

L’immersione nel mondo dei disagiati e dei derelitti dunque si riconferma una costante nel Cinema dell’autore (che ritroviamo del resto anche in altri suoi connazionali, basti pensare al Majidi de ‘I bambini del cielo’)  e come già detto lo vincola non poco, ed è questa di certo una base sulla quale Ghobadi si appoggia qui in maniera totale, costruendo le intere vicende in maniera del tutto fedele e facendo vivere queste di realismo, di evidenze schiaccianti e inconfutabili; più che una poetica è questo un modo di fare cinema del quale, almeno in parte, il regista è debitore al suo maestro Kiarostami, vero e proprio pioniere del Cinema iraniano.

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Voto: ★★★/★★★★★

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