Paradise: Hope

Paradies: Hoffnung (2013) – Ulrich Seidl / Austria

Tra tutte le opere dell’autore austriaco sicuramente quella che esprime in maniera meno confusa ed insensata il progetto mentale che Seidl ha del suo cinema. Tramite una visione claustrofobica e largamente metaforica egli prova a sintetizzare e realizzare la sua idea di mondo, visto come luogo di scoperte infauste e speranze mai appagate. Non sono certo gli intenti da biasimare, quanto una messa in scena che delude quasi del tutto la riflessione celatasi dietro, ma di certo in questo ‘Paradise: Hope’ possiamo riscontrare il suo risultato migliore, senza dubbio lontano dai suoi precedenti.

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La pellicola mostra le vicende di un gruppo di adolescenti in un campo estivo per ragazze in sovrappeso. La loro giovane età, la loro permanenza in un ambiente-universo che racchiude in sé ogni bisogno e necessità, tutto ciò porterà una delle tre a cercare con insistenza l’amore nella figura dell’attempato dottore del campo, iniziando così ad apprendere dalle esperienze ma incorrendo anche in una cocente delusione personale.

Una storia questa che, se sotto un profilo puramente ideale, si riallaccia e chiude in un certo senso le esperienze dei precedenti capitoli, ovvero ‘Paradise: Love’ e ‘Paradise: Faith’, in pratica risulta come un’opera completa e almeno teoricamente conclusiva per ciò che vuole dire. Le vicende narrate tendono davvero molto a riassumere quello che è il pensiero del regista. Egli riesce qui, dopo tentativi insistenti e poco riusciti, (vediamo su tutti ‘Import/Export’) a definire sinteticamente e con un certo raziocinio la sua idea di vivere, vista quest’ultima come fonte continua di scontri e compromessi con la realtà, dove la crescita nasce sempre dallo sforzo e dalle delusioni, e non certo da arrangiamenti astuti o da scappatoie dalla cruda esperienza. La protagonista qui, Melanie, è letteralmente inconsapevole di ciò a cui va incontro come di ciò che l’aspetta ma comprende la necessità di auto-svelarsi in un mondo che stringe costantemente come un nodo alla gola dell’adolescenza, istigando al sesso e a valori solo fittizi. Lo stesso campus qui diventa un macro-universo che punta non solo a ricomporre la realtà in maniera fedele e critica ma anche ad un quadro della società e della vita stessa che con i suoi estremismi non può che fuorviare e degenerare le menti dei suoi allievi, e tutto ciò si svela nel rapporto tra Melanie stessa e il dottore. Lo spettatore non viene mai scandalizzato dall’apparente “indecenza” fisica delle protagoniste, ma al contrario viene inconsapevolmente riversato in un meccanismo interiore che scava nell’animo per trarne fuori delle conclusioni quantomai attuali. Al contrario però risulta palesemente patetico il tentativo di approccio sessuale che la giovane Melanie avanza nei confronti dell’uomo, così come le insistenze e le figure imbarazzanti che seguiranno, ma ciò fa tutto parte di un piano ben preciso, che punta ad un realismo estremamente superiore e senza dubbio veritiero.

Un lavoro quello di Seidl che, se quindi come già detto risulta nettamente il suo miglior progetto, dall’altro risente fortemente dello scarso convincimento che comunica e della bassa qualità artistica e registica dell’autore stesso, in un film che appunto punta tutto su un determinato aspetto della vita senza però in pratica svelare nulla di necessario se non delle buone basi ideologiche poco sviluppate e comunque lontane da un certo livello di cinema. Ma sopra ogni cosa si intuisce la limitatezza di un’autore eccessivamente legato al fattore sessuale e di fatto troppo poco convincente nell’abbinare tale aspetto alla concretezza della vita, se non tramite una resa sì reale ma anche povera di riflessioni.

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Voto: ★★★/★★★★★

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