Lost in Translation

Lost in Translation (2003) – Sofia Coppola / USA

A distanza di quattro anni dal suo primo lungometraggio la giovane regista americana continua tramite ‘Lost in Translation’ il percorso iniziato precedentemente (sebbene questa volta in maniera decisamente meno drammatica) volto a raffigurare l’alienazione dell’individuo nella società come sintomo di malessere esistenziale; e con una mira tanto alta altrettanto ardua diviene l’impresa dedita alla riuscita del lavoro, che, come prevedibile difatti, non riesce a trasmettere tutto ciò se non in maniera debole e del tutto sterile.

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Ambientato a Tokyo il film racconta le vicende di due americani: Bob e Charlotte; il primo, uomo di mezz’età in pieno declino della propria carriera attoriale, e la seconda, giovane donna dipendente dagli impegni lavorativi del marito che, al contrario di Bob, si trova nel pieno della propria ascesa professionale, fattore che obbliga Charlotte a stare spesso da sola. Proprio a causa di questa solitudine la ragazza verrà spinta a girovagare per le strade della folgorante metropoli, fino a conoscere Bob in un hotel; tra i due si instaurerà ben presto un feeling straordinario e la loro relazione diverrà sempre più intima, tanto da farli trascorrere assieme ogni momento libero della giornata e discorrere di ogni sorta di argomento. Nonostante l’affiatamento profondo sorto tra i due, il loro rapporto non sfocerà mai in amore rimanendo solamente una grande amicizia, tanto grande da rendere arduo e duro, quasi impossibile, il doversi lasciare.

Tanto acclamato da critica e pubblico, pluri-premiato in patria e all’estero, il film della figlia d’arte Sofia Coppola trova in effetti pochi risvolti concreti nella propria riuscita, suscitando per lo più noia ed insoddisfazione. Nell’arco di cento e più minuti infatti ‘Lost in Translation’ pare perdersi, ma non nel modo voluto e cioè trasmettendo senso di disorientamento e confusione mentale, piuttosto palesando un nulla sceneggiativo che alla fine esce vincitore dominando in tutti i sensi l’opera in questione. A questo proposito si spiega la serie numerosa di canzoni che vengono distribuite nel corso di tutto il film per aiutare la visione e renderla più scorrevole nonché suggestiva, tentativo in parte riuscito.

In un lavoro come questo, basato per gran parte sull’incisività della sceneggiatura, ciò che grava di più è proprio la debolezza di questa, la propria vacuità e la resa sterile del tutto, poiché si appoggia quasi totalmente ad un elemento privo di consistenza e di significatività quale è il rapporto tra Bob e Charlotte, sebbene da una parte gli vada riconosciuta originalità.

Il lato tecnico è anch’esso privo di denotazioni da segnalare, la regia quasi fantasma difatti lascia molto intendere che al centro del film non ci sia nient’altro se non la delineazione delle due figure protagoniste e della relazione che tra i due vi intercorre, puntando tutto su una resa quanto più realistica possibile degli eventi. Da riconoscere tuttavia la riuscita di quest’ultimo punto e il tentativo onorevole di voler rappresentare un lato dell’uomo del tutto trascurato nelle produzioni statunitensi, e cioè quello che lo vede al centro di una realtà spiazzante e disorientante.

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Voto: ★★/★★★★★

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