L’Intendente Sansho

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Sansho Dayu (1954) – Kenji Mizoguchi / Giappone

Senza ombra di dubbio uno dei film più crudi e drammatici di sempre. Il genio di Mizoguchi qui riesce a superarsi nuovamente attraverso una resa tecnica nel complesso praticamente perfetta. Un film davvero arduo questo, che scuote lo spettatore portando su schermo emozioni forte e nitide, una storia incredibilmente vera, dove l’uomo torna il centro dell’indagine dell’autore; l’uomo condannato dalla società, quello perseguitato dalle circostanze, che lotta senza sosta e che crede fermamente nei più alti ideali. Perchè il mondo del maestro nipponico è sempre assurdamente realistico, caratterizzato si dal Male ma anche da un coraggio ed una speranza che non cedono mai, persino nei momenti peggiori.

Dopo la destituzione del governatore del territorio, la moglie Tanaki ed i figli Zushio e Anju sono costretti a fuggire attraverso un territorio in subbuglio politico, ma vengono catturati; la madre diventa prostituta e i due figli schiavi in uno dei possedimenti del terribile intendente Sansho. Gli anni passano e le speranze si affievoliscono, ma un giorno i due figli, non più ragazzi, tentano la fuga, l’ennesimo fiasco. Zushio riesce a fuggire mentre la sorella, rimasta indietro, si toglie la vita per non farsi catturare. Il giovane si adopera subito per diventare governatore, e una volta riuscito nell’intento mette a ferro e fuoco il territorio di Sansho liberando tutti. A questo punto egli, rimasto solo, senza la sorella e senza il padre, si adopera per ritrovare Tanaki, trovandola dopo vari tentativi sola su una spiaggia, oramai vecchia e fuori di senno: nonostante tutto la famiglia si è ricongiunta.

Che la poetica di Mizoguchi fosse basata essenzialmente sul rappresentare una realtà difficile, aspra e impietosa questo lo si era già visto da opere come “Vita di O-Haru, donna galante” o “I racconti della luna pallida d’agosto”, ma qui il maestro riesce senza dubbio a superarsi attraverso una storia che non risparmia lo spettatore neppure per un secondo, delineandosi come una vera e propria rinuncia ad un cinema di intrattenimento, e continuando sulla strada della denuncia sociale. Denuncia che qui si esprime essenzialmente come attenta ripresa dell’uomo in quanto elemento completamente condizionato e soggiogato dalla realtà nella quale vive, nel suo habitat naturale. E come in precedenza il dramma diventa terribilmente vero e palpabile, impossibile da vincere, ed ogni avvenimento, ogni circostanza, un pretesto per delineare i protagonisti come degli sconfitti cronici: perchè l’autore parte dal presupposto che sia irrealizzabile uno scioglimento delle catene che legano l’individuo al suo contesto sociale, e se tale contesto è costantemente un giogo di torture e sofferenze se ne deduce che anche la vita lo diventa. E così lo spettatore si ritrova catapultato in un mondo senza compromessi, dove la malvagità non è caricata in maniera poco credibile ma così tanto caricata da diventare credibile, ed il personaggio di Sansho ne è la prova.

Un universo quindi astruso in tutta la sua tenebrosa verità; un realismo quello dell’autore che non tende alla ripresa della quotidianità quanto alla dimostrazione delle reali conseguenze dello stile di vita del suo tempo sull’essere umano. Ma nonostante tutta la cupezza di questo cinema, Mizoguchi lascia sempre aperto uno spiraglio di speranza, atto a confortare riguardo alle sorti dell’uomo. E la suddetta pellicola probabilmente, insieme al suo testamentario “La strada della vergogna”, rappresenta si la sua realtà più esasperata ma anche quella più speranzosa.

Sotto il profilo tecnico l’opera è poi assolutamente pregevole. Lunghi piani-sequenza e straordinarie scenografie dominano su tutto. Come in ogni sua pellicola Mizoguchi scommette su una resa assolutamente realistica, assumendo sempre il punto di vista dei protagonisti e denunciando i malvagi per gli effetti che le loro azioni hanno sul popolo e sullo stile di vita, e non tanto per quello che dicono o per come si comportano. La figura di Sansho è si estremamente caricata, e le torture che egli infligge hanno un buon peso nel racconto, ma ciò che più conta e scuote lo spettatore sono le conseguenze che tale comportamento ha sulla povera gente, e non le sue frasi e le sue azioni, appositamente caricate e scontate. Mizoguchi gioca moltissimo sul toccare l’animo di chi osserva, sul mettere in mostra una carica emotiva così alta da commuovere e rendere partecipi, e infatti spesso ricorre nei suoi film l’elemento familiare, espediente perfetto a questo senso per tutto l’affetto e l’amore che innegabilmente può dimostrare. Varie scene rimangono tutt’ora indimenticabili in base a quanto appena detto: la cattura della famiglia intera, la fuga dal campo di prigionia e il ricongiungimento madre-figlio sopra tutte.

Un’opera immortale, che rimane impressa per la sua forza d’impatto e la sua carica emotiva. Una struggente parabola umana che mette in scena tanta realtà quanta tecnica, e che riconferma nuovamente il regista come uno dei più grandi di sempre nel suo genere.

Voto: ★★★★/★★★★★

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