The Addiction

The Addiction (1995) – Abel Ferrara / USA

Nel 1995 l’ormai affermato regista newyorchese produce una delle sue opere più personali nonché riuscite; e nonostante anche questa volta ricorrano i temi cari al regista, lo stile di realizzazione decisamente autoriale e la messa in scena tetra e di forte impatto, contribuiscono a fare di ‘The Addiction’ un’opera del tutto a sé stante, da apprezzare per tutti questi aspetti e dalla quale se ne può ricavare un’analisi tutt’altro che superficiale.

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Siamo in una tenebrosa e perversa New York. Kathleen è una giovane studentessa di filosofia intrigata dagli aspetti che ruotano attorno al male, soprattutto a ciò che concerne le cause di questo. Ben presto la ragazza verrà trascinata nel mondo dei vampiri a causa del morso di una donna; da qui Kathleen si darà all’irrefrenabile caccia alla preda per le strade della metropoli, fin quando non incontrerà Peina (Christopher Walken), vampiro risoluto e fermo delle proprie abitudini volte all’autocontrollo, le stesse che impronterà nella vita ragazza. Kathleen proverà così a reintegrarsi nella società e perseguire gli scopi dapprima fissati, ma tutto andrà per il verso sbagliato, l’anima della ragazza è inesorabilmente dominata dal male, e questo farà sì che la festa da lei organizzata degeneri in un bagno di sangue. Dopo quest’episodio la protagonista tenterà il suicidio non riuscendoci, e, dopo un enigmatico colloquio tenuto con un prete in ospedale, la vedremo rendere omaggio alla propria tomba.

Terza parte della ‘Trilogia del Peccato’ iniziata con il provocatorio ‘Il cattivo tenente’ e proseguita l’anno dopo con ‘Occhi di serpente’, ‘The Addiction’ è senza dubbio tra le migliori espressioni del cinema di Ferrara, non solo per i già citati elementi che ne fanno un’opera finalmente personale (e non dedita esclusivamente alla trasgressione e alla ricerca di uno stile, come era per Il cattivo tenente) ma soprattutto per l’attuazione del tutto, che, nel complesso, fa sì che questa sia considerabile un’opera per lo più riuscita; questo poiché la piena realizzazione del risultato finale è questa volta ostacolata dall’inserimento decisamente raffazzonato di dubbie riflessioni, portata in scena da monologhi sconclusionati e privi di argomentazioni efficaci.

Ma andando oltre quest’aspetto l’analisi del film è compendiabile quasi unicamente nella metafora che vede il vampirismo in relazione all’essere umano, dunque alla sete di dominio e alla tendenza alla sopraffazione sul prossimo di quest’ultimo. Nel film in questione difatti vediamo la protagonista che, una volta divenuta vampira, nel perseguire le proprie tendenze prevaricatrici finirà per devastare se stessa, tutti i tentativi da lei effettuati alla ricerca della quiete spirituale saranno infatti repressi. Vediamo dunque l’autodistruzione come conseguenza naturale del dominio, quest’ultimo posto come elemento connaturato nell’uomo, elemento quindi del quale l’uomo non può fare a meno, e che, anzi, contribuisce alla propria disfatta; tuttavia quest’istinto naturale di prevaricazione può essere represso e controllato, come dimostratoci da Peina, ma solo ai più forti è affidata tale virtù; Kathleen non è chiaramente parte di questa categoria, pertanto non le è possibile domare il proprio male, l’incontro con il prete tuttavia acquista in un questo senso grande importanza per lei. Ed è qui che, come di consueto, Ferrara inserisce il tema religioso, attraverso la possibilità di redenzione concretizzata nella ricezione della Comunione, un gesto che stranamente apre le porte della speranza, facendo rinascere la protagonista grazie al suo pentimento, compiendo così una resurrezione definitiva dovuta proprio all’accoglimento della propria condizione, che altro non è se non l’acquisto della propria immortalità spirituale.

Di grande sostegno è poi la struttura tecnica dell’opera: la fotografia realizzata con un bianco e nero sporco, deviante, decisamente appropriato, accompagnata da un buon utilizzo della macchina da presa, sono entrambi elementi che, accumulati alle buone performance del cast e ad una sceneggiatura quanto mai solida e sostanziale, contribuiscono a farne un buon lavoro autoriale e di forte impatto visivo; come accennato, comunque, gran parte della riuscita dell’opera va attribuita al sodalizio Ferrara-St. John, che partorì i lavori migliori dell’autore.

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Voto: ★★★/★★★★★

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