Lontano da Dio e dagli uomini

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Few of Us (1996) – Sharunas Bartas / Lituania

Un film poetico, visionario e allo stesso tempo puramente contemplativo. Il grande talento di Sharunas Bartas produce dopo solo due lungometraggi questo lavoro, che risulta in effetti la prima vera opera matura del regista lituano, un film che segnerà poi definitivamente lo stile personale dell’autore; dunque dopo opere prettamente sperimentali (“Koridorius”), emerge finalmente la straordinaria vena artistica dell’autore, che trova qui la sua migliore espressione.

In un presente fortemente distopico, probabilmente post-apocalittico, un angolo remoto del mondo è circondato da rovina e devastazione; il paesaggio è desertico, il clima e le condizioni atmosferiche sono fortemente ostili ai pochi abitanti presenti, che sembrano infatti in perenne scontro con la natura. Tutto procede come ordinario fino all’arrivo di una giovane donna, una presenza in apparenza ultraterrena, che, proprio per questo, non può trovare armonia con la realtà del posto.

È complicato e allo stesso tempo ingiusto definire a parole un lavoro simile, poiché appunto le parole non hanno importanza qui, i dialoghi non esistono, e sono solo le immagini ad avere valenza all’interno del film, dotate come sempre di una straordinaria carica suggestiva e significativa; “Lontano da Dio e dagli uomini” infatti ha una trama non definibile, o meglio sarebbe dire che non esiste una vera e propria linea narrativa all’interno dell’opera, che, in questo senso, rappresenta a tutto tondo il Cinema di Bartas, un cinema, questo, che brilla di luce propria, grazie allo stile con il quale l’autore riesce a trasmettere sensazioni, e cioè mediante l’utilizzo esclusivo di composizioni di immagini folgoranti e dalla natura fortemente simbolica, immagini tanto potenti da parlare da sole e riuscire a comunicare più di quanto si possa fare in qualsiasi altra forma.

Qui senza dubbio tutto ciò è reso al meglio, Bartas (decisamente in stato di grazia) disegna una realtà fuori dall’ordinario, una realtà che sfrutta la propria base surreale per riflettere sul mondo; dunque non avendo effettivamente un filo narrativo, nè una logica razionale di base, il film può essere sottoposto a diverse interpretazioni di varia natura, da quelle più pessimiste e sfiduciate fino alle più speranzose. Certo è che la prospettiva chiaramente improntata su un punto di vista oggettivo delle cose, fa pensare ad un intento volutamente negativo se si pensa a come vengono rappresentate queste: il mondo nel quale veniamo proiettati infatti è un mondo di desolazione, non esiste niente al di fuori della distruzione, del nulla, nemmeno l’uomo pare essere stato risparmiato da questa(probabile) fine del mondo, la sola cosa che persiste è la natura, che è poi l’unica reale protagonista del film. Ed è proprio di fronte a questa che si ritrova persa la ragazza, poiché quella di Lontano da Dio e dagli uomini è una natura devastata e devastante, ma di fronte a quest’ultimo attributo non si può che rimanere attoniti e passivi, proprio come la ragazza, perché niente è più possibile, non resta altro da fare se non abbandonarsi alla mera contemplazione.

Su questa base è difatti impressa l’intera poetica del regista, che, mediante l’annullamento dei movimenti di macchina più usuali, la soppressione di ogni sorta di comunicazione esplicita e chiarificante, dunque l’estraneazione da quello che può ritenersi a tutti gli effetti il cinema tradizionale, riesce a creare delle opere uniche e di rarissimo impatto visivo e sensoriale, delle opere senza dubbio trascendentali e di straordinario valore artistico, che trasudano di emozioni e significati assolutamente splendidi proprio per la loro vena implicita, quasi criptica che ne è alla base. E in tutto questo la natura gioca sempre un ruolo fondamentale, qui in particolare, poiché dotata di un’immensa potenza che sconvolge ogni fattore interno ed esterno alla pellicola.

Ma nonostante il film riprenda effettivamente le cose per come sono, senza dunque modificare alcun elemento relativo alla quotidianità, la rappresentazione di una realtà decaduta, già in disfatta, tende a far prevalere un’interpretazione di natura pessimistica in relazione a quella che è, ma più probabilmente è stata, la presenza dell’uomo nel mondo. Bartas pertanto riproduce una realtà estremizzata come a voler fare una metafora di quella effettiva, caduta nel degrado totale che porterà (o forse ha già portato) ad una completa rovina spirituale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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