Vic + Flo Saw a Bear

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Vic + Flo ont vu un ours (2013) – Denis Côté / Canada

Terrificante. Sconvolgente. Instancabilmente appassionante. L’ultima prodezza del regista canadese si rivela un vero e proprio successo sotto tutti i punti di vista, nonchè il suo lungometraggio migliore, quello dove il suo personalissimo stile riesce a fondersi alla perfezione con uno svolgimento perfettamente congegnato ed una minuziosità tecnica strabiliante. Con questa favola dark l’autore, già premiato a Locarno per il suo “Elle veut le chaos”, riesce a trasmettere sagacemente tutte le angosce e i malesseri di un film horror, ed il tutto rimanendo ancorato ad una realtà fin troppo reale e credibile, dove l’unico segno di anomalia è rappresentato da personaggi inquietanti in tutta la loro statuaria e muta presenza.

Vic e Flo sono due donne che, conosciutesi in carcere e tornate da poco alla vita normale, tentano di rifarsi una vita insieme in un piccolo villaggio del Quebec. Tutto sembra procedere bene, ma l’arrivo di un addetto alla sorveglianza degli ex-detenuti e l’apparizione di una strana donna del passato di Flo cambieranno radicalmente tutto. Entrambe hanno un conto in sospeso con la morte, e questa folle omicida è venuta per riscuoterlo.

E’ straordinaria la capacità che ha da sempre avuto il cinema francofono di mostrare le più alte abilità direttive insieme ad una messa in atto di un genere senza mai completamente accostarsi ai tipici canoni dello stesso. E qui tutto ciò si nota in maniera davvero lampante. Perchè nonostante il ritmo sia sempre stagnante, calmo, pacato, si avverte immediatamente il sentore di una tragedia dietro l’angolo, e i rimandi a tale sensazione vi sono, eccome. Coté non trascura certo alcun particolare, il suo è un cinema fatto di piccole cose, di volti marmorei, di delitti come fulmini a ciel sereno, di atmosfere tanto paurose quanto di fatto pacate, un po’ come il cinema di von Trier, e infatti in questo caso i rimandi al suo “Antichrist” vi sono, e numerosi anche. Perchè l’autore dimostra chiaramente di voler radicare la matrice malefica e negativa della vita ad una quotidianità non tanto pura, anzi, quanto invece reale, fortemente credibile, come può essere la vita di due ex detenute lesbiche: il male è onnipresente per Coté, certo, anche quello se vogliamo più ancestrale e meno legato alla concretezza della vita, ma deve essere anche accostato ad un male materiale, quello che l’uomo si crea con le sue stesse mani. Non a caso a questo senso ritroviamo il cliché vontrieriano del bosco come simbolo del male, come ambientazione per i più efferati e mostruosi avvenimenti, e non a caso è proprio qui che si annida e si nasconde la pazza assassina pronta ad uccidere Flo, e infine è proprio qui che si conclude la vicenda. E se il fattore horror viene consumato nell’opera attraverso un inserimento graduale ma sempre suggerito, si intuisce altresì che la storia punti a svilupparsi(seppur in un piano secondario per importanza) anche in altre direzioni contemporaneamente. Il rapporto tra le due protagoniste infatti, a prescindere dalla sua natura conflittuale e amorosa allo stesso tempo, un aspetto che testimonia la fatica dell’essere umano di tenersi lontano dai suoi problemi, da ciò che per forza di cose ogni persona si porta con sè, da quella che potrebbe essere chiamata una visione pessimistica del mondo, dove la vita  stessa appare unicamente come un tentativo di sfuggire al dolore; e “Vic + Flo saw a bear” è esattamente questo.

Sotto il punto di vista realizzativo il film gode sicuramente delle grandi quanto innegabili doti registiche dell’autore, che con il suo straordinario tocco riesce sempre a ricreare alla perfezione atmosfere e sensazioni inquietanti con nessuna tecnica particolare. La regia qui è estremamente lenta e conferisce molta importanza agli atti dei protagonisti; il montaggio è davvero ridotto, la scarsa importanza data ai dialoghi, molto poco presenti, così come la scarsità di avvenimenti, rendono la pellicola un gioco di muta e trepidante osservazione ed attesa, dove il vero dramma sembra non arrivare più. Il ritmo è pacato ma sempre teso e non crea mai punti morti, la narrazione è intelligente e crea una serie di piccole situazioni che permettono allo spettatore di farsi un’idea più chiara della vicenda senza bisogno delle parole, un po’ come nel Cinema del periodo d’oro di Ki-duk (stile “Ferro 3”), e ciò sicuramente stimola chi osserva a seguire meglio lo svolgimento. Da ricordare sicuramente la straordinaria forza d’impatto della scena finale, tanto bella per la sua cruenza e la sua spietatezza quanto di fatto intelligentissima nel riuscire a mantenere lo stesso ritmo del resto del film, adattando unicamente le abilissime riprese e rendendo immortali gli avvenimenti in atto. Sicuramente qui il silenzio gioca un ruolo fondamentale, riuscendo a dare al film una forza che i dialoghi non avrebbero altrimenti permesso e riuscendo in contemporanea a trasformarsi in tragedia senza bisogno di mostrare violenza, che infatti il regista evita di proposito, attraverso vari stratagemmi, di inserire.

Un film quindi davvero unico per la sua visione cruda e al contempo attutita della presenza del male nella vita; un male onnipresente, un male che tortura più per la sua consapevolezza della sua esistenza che provoca nell’uomo piuttosto che per le sue concrete conseguenze, un male che non lascia scampo in nessun modo e in nessun aspetto dell’esistenza, nemmeno quello puro e semplice di vivere in ritiro e in solitudine. Una grandissima prova di forza di uno dei migliori autori in circolazione.

Voto: ★★★★/★★★★★

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