Quattro notti con Anna

Cztery noce z Anna (2008) – Jerzy Skolimowski / Polonia

Dopo una lunghissima pausa torna l’apprezzato regista polacco per una storia che senza riassume il suo intero pensiero, risultando in fin dei conti come una storia intensa e commovente, che cattura il cuore dello spettatore al di là di ogni parere e pregiudizio. Skolimowski ragiona di nuovo sull’essere umano e sulla sua sostanziale solitudine nel mondo, questa volta però con più indulgenza narrativa.

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La trama ruota intorno alle vicende di Leon, adulto problematico, impiegato in un ospedale come addetto inceneritore. Il suo ritardo mentale e la sua costante solitudine (fin dall’infanzia) lo hanno portato a condurre una vita chiusa ed isolata fino all’estremo, e di conseguenza ad innamorarsi di un’infermiera sua vicina e perfetta sconosciuta. Questa diviene presto un’ossessione per lui, portandolo a penetrare furtivamente nella casa della stessa e passando le ore a guardarla. Un giorno però la polizia lo scopre durante l’intrusione. Il tribunale lo condanna ed anni dopo, scontata la pena, Leon tornerà per continuare la sua osservazione silenziosa, ma nel frattempo tante cose sono cambiate…

Una pellicola davvero malinconica, questa; un mondo profondamente egoista e spietato, quello dipinto dal polacco, dove l’uomo non trova via di scampo alla solitudine se non nel crimine illegittimo, nella consolazione della sola vicinanza con un altro essere. La vita del povero protagonista è divisa tra il lavoro e l’accudire la nonna inferma, e niente sembra essere benevolo o positivo nei suoi confronti. Il clima stesso, l’atmosfera che si respira, questa nube d’oscurità che avvolge la storia dal primo all’ultimo momento, questo dramma che si consuma con tristezza e con riluttanza, ogni fattore esterno insomma sembra farci capire fin dall’inizio che l’esito della vicenda, l’entità stessa della storia, non è affatto buona, semmai tende maggiormente a creare un universo cinematografico dove non c’è spazio per la commiserazione o per la pena, non vi è indulgenza o carità alcuna tra esseri umani, ed ogni scelta presa nel corso dell’esistenza si ritorce fatidicamente su noi stessi, in questo caso sul protagonista. E proprio per questo, per calare lo spettatore nel profondo dell’animo di Leon, Skolimowski decide di far vivere la storia a chi osserva in prima persona, accompagnati dallo stesso protagonista, creando una sensazione di enorme vicinanza e di malsana compassione per l’oggetto principale delle sue attenzioni.

Ma nonostante tutto, a scapito del più completo pessimismo, una goccia di umanità rimane nel prossimo, la donna infatti comprende Leon e capisce la sua inconsapevolezza e solitudine nell’atto perpetrato ai propri danni: lo stupro subìto dalla stessa anni prima, del quale sempre Leon fu incolpato (ma in seguito prosciolto), la convince e le apre gli occhi sull’ingenuità del soggetto. Ecco che quello dell’infermiera diviene lo sguardo che il regista ci invita a posare sul nostro prossimo, perché la pena che suscita il protagonista deve essere superiore alla condanna per l’atto commesso; il perdono e la comprensione devono convivere ed esistere in un universo malato ed imperfetto, regnato dall’odio e dall’ingiustizia. Su questo ci invita a riflettere il regista, sul trionfo di un bagliore di luce in un manto oscuro incedente e dilagante.

Per quanto riguarda l’aspetto puramente tecnico notiamo una sostanziale perdita di incisività e di qualità, che si riflette immancabilmente (anche se non ai fini dell’evoluzione di scrittura) nella pellicola. La regia è sicuramente buona ma non convince totalmente e non mostra assoluta convinzione nei propri mezzi. Il ritmo rimane buono ma dà una sensazione di indecisione e di discontinuità. Ma il difetto maggiore della pellicola è quest’apparenza eccessivamente stilizzata e caricaturale, che crea un film dalle sembianze grandemente semplificate e irreali, quindi poco credibili, nonostante la sostanziale buona qualità del tutto.

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Voto: ★★★/★★★★★

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