Drug War

to

Du zhan (2012) – Johnnie To / Cina

La penultima pellicola dell’apprezzato regista cinese si presenta come un ambiguo ma importante viaggio nel mondo della droga: ogni canone stilistico del genere poliziesco viene qui scomposto e ripresentato in maniera assolutamente personale e quantomai originale, creando una lotta severa, costante e spietata che coinvolge tutti, polizia e trafficanti, mentitori e doppiogiochisti, in un duello che, se apparentemente sembra cruento ed insensato, nasconde però in verità una carica provocatoria ed una condanna senza scampo.

La storia è quantomai semplice e standardizzata ovvero: un eccentrico ed accanito detective della polizia si da completamente, insieme alla sua squadra, allo sgominare una vastissima rete di droga partendo da un ex componente della stessa che viene catturato e perciò costretto ad aiutarli. Ma la lotta è dura e la soluzione del problema richiede un sacrificio.

Film quantomai unico e particolare questo per To. Se difatti l’apparenza lo condanna ad una logica unicamente d’azione, dedita perlopiù allo svago e alla mentalità del passatempo, guardandolo si ha la subitanea impressione di un qualcosa in più, che si cela nascosto nelle maglie di quest’intrigante e severa condanna repressiva come volendo nascondersi da qualcosa. E infatti il regista per riuscire a portare sullo schermo l’opera ha dovuto faticare non poco, trovandosi costretto ad escludere le leggi della censura cinese, realizzando perciò un’opera sagace e ambigua allo stesso tempo. Da una parte troviamo perciò la repressione del crimine e la sfrenata ricerca di giustizia; ma dall’altra vediamo anche una descrizione delle autorità portata agli estremi della logica, ad una diligenza ed una perizia troppo esagerata per non sembrare una netta condanna verso un regime orgoglioso ed autocelebrativo. Le azioni dei poliziotti, così come i loro dialoghi, sono sempre finalizzate all’unico scopo funzionale allo sventare il traffico di droga e i suoi artefici: i criminali dalla loro parte sono individui senza scrupoli nè ripensamenti, senza pensieri e, come vediamo dalla figura stessa del coprotagonista, incorreggibili, persino nelle situazioni peggiori. A questo senso il regista non si risparmia la visione dei molteplici trucchi usati da ambo le posizioni per portare a termine i loro scopi, come quello del protagonista, capo della polizia, di drogarsi per inserirsi meglio nelle file dei delinquenti, oppure quelle degli stessi trafficanti di nascondere la merce in uova inserite dentro al corpo di semplici immigrati. Non si avverte inoltre nessuna traccia di ripensamento o di umanità nei personaggi del film, ognuno di loro, ogni singolo poliziotto o narcotrafficante è l’emblema del cinismo e della fermezza di due posizioni tanto lontane ed irremovibili quanto errate nelle loro azioni, nonostante chiaramente siano due condotte riprovevoli ma su diversi piani di importanza. Se dunque l’ambiguità dell’opera è lampante il finale, per non lasciare dubbi a riguardo, risulta come una condanna definitiva verso entrambi gli schieramenti e verso i loro mezzi e comportamenti.

Ma apparte questo nel film troviamo varie caratteristiche peculiari ed innovative. Il ritmo del film è appassionante ed assolutamente coinvolgente. A colpire particolarmente all’interno del film non sono tanto le scene d’azione, ovvero il nocciolo della vicenda, quanto ciò che sia avverte dietro lo sguardo impietoso ed inflessibile della cinepresa, intenta a disegnare un quadro della nazione che, come già detto non lascia scampo per nessuno, ma soprattutto a ricreare con una realistica e al contempo cinica riflessione un aspetto del mondo odierno estremamente importante e delicato, soprattutto in Cina. La regia è particolare e davvero buona, e riesce a ricreare, attraverso le sue inquadrature fredde ed assolutiste, un clima disfattista e cupo, che contribuisce ad allontanare grandemente il suddetto film dai tipici standard del genere, e a far avvertire una critica quantomeno avvalorata dal contesto, sensata quindi ed apprezzabile. Un mondo perciò quello di “Drug war” che appare senza speranze, chiuso nei suoi meccanismi malati e sempre più perversi e dedito unicamente all’opportunismo e alla perdita di ideali. To qui ci regala un affresco notevole e degno di menzione, che ignora volutamente i tipici ideali da grande schermo per allontanarsi cercando qualcosa di più intelligente. Un film dunque da vedere e da valutare negli standard del proprio genere, all’interno dei quali sicuramente rimane un buon esemplare. Purtroppo il poliziesco è e rimane una tipologia filmica scadente e pressoché inutile a scopi didattici e istruttivi.

Voto: ★★★/★★★★★

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