An Innocent Witch

Osorezan no onna (1965) – Heinosuke Gosho / Giappone

Nonostante la sua scarsa notorietà, l’opera più innovativa e geniale del regista giapponese; un viaggio quantomai conturbante ed estremo all’interno della psicologia del male, di quel male che ogni essere ha al suo interno e che qui viene riprodotto, forse in maniera eccessivamente tribale, ma certo con vigore e decisione direttiva. Con questo prodotto quindi Gosho si conferma il miglior esponente della sua corrente denominata shomin-geki (ovvero dramma del realismo).

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Una giovane viene, per necessità familiari, mandata dai genitori in un bordello. La sua personalità ribelle ma al contempo conturbante riesce a catturare l’interesse di varie persone, tra i quali un uomo, di cui si innamora immediatamente. Ma oltre a questo ben presto si nota, legata alla sua presenza, un’inaspettata scia di morte e sfortuna, che porterà la protagonista a dover effettuare un rituale tribale per far uscire dal suo corpo gli spiriti maligni che le impediscono un’esistenza tranquilla e pacifica.

Come già preannunciato Gosho si è saputo dimostrare un regista alquanto intelligente, riuscendo tramite le sue pellicole, tra le quali la suddetta spicca senza dubbio a questo senso, a portare avanti un’idea di cinema diversificata e interessante, pur continuando con lo stile tipico del suo periodo, estremamente narrativo e banalmente lento. Questa sua opera è innanzitutto un ritorno alle origini dell’uomo, un tentativo, non del tutto riuscito, di penetrare all’interno dell’animo umano separandone e analizzandone ogni sua componente e mostrando quindi la scissione materiale dell’idea di malvagità e di bontà che questo intrinsecamente ha nella sua natura. Ciò è comunque reso in maniera talmente materiale e concreta da renderne la comprensione e lo scorrimento fortemente criptico e allucinante, ottenendo perciò l’effetto opposto a quello desiderato. I clichè dell’epoca, come gli sfoghi ingiustificati, i dialoghi sull’impossibilità di stare insieme, questo male di vivere trascendente e appunto ingiustificato, rende la narrazione una serie di avvenimenti grotteschi e perciò poco credibili, ma del resto questo è un vizio non solo del film in causa ma dell’intero modo di fare cinema che gran parte dei registi usavano a quell’epoca, soprattutto in America. Un fattore positivo è del resto sicuramente quello della figura della protagonista, la cui figura è al centro dell’opera: il suo personaggio è infatti curato con intelligenza e cura, la sua personalità è resa con credibilità e segna assolutamente il maggior pregio dell’opera.

Un cinema perciò quello del nipponico che, lungi dal condannare o altro, mostra l’intimità dell’essere umano che, in tutti i suoi errori, viene sempre comandato e pregiudicato da agenti esterni dal lui incontrollabili, che lo legano ad un’idea di mondo che suona più come una condanna che come una gioia. Ma sicuramente in tutto ciò non vi è l’ombra di una minima concretezza umana e il finale, che sicuramente solleva e rivaluta in positivo l’intera opera, dimostra un’impossibilità e un’incapacità di dipingere l’immanenza tragica e sofferta della vita davvero senza scuse, come del resto i suoi già citati compatrioti. Registicamente quest’opera riconferma l’idea di Giappone di quel periodo dove, esclusi cineasti del massimo rispetto come Kurosawa, Mizoguchi, Teshigahara e Shindo, il resto delle opere gravita su riproposizioni e riprese a piene mani dei seguenti e sulla totale mancanza di una tecnica registica degna di nota.

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Voto: ★★★/★★★★★

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