La grande abbuffata

La grande bouffe (1973) – Marco Ferreri / Italia

Un film forte, controverso e quantomai provocatorio. Accostato al ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’ di Pasolini e all’‘Ultimo tango a Parigi’ di Bertolucci per potenza scioccante e degradante, il suddetto film riscosse non poche polemiche, ma ebbe anche vari estimatori, geni del cinema tra i quali lo stesso Pasolini e Bunuel.

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Quattro amici, per varie ragioni stanchi della loro vita, decidono di chiudersi in una villa parigina per mangiare a più non posso fino a morirne. E tra colossali abbuffate e degradazioni di ogni tipo, tra le quali sesso sfrenato e defecazioni improvvise, finirà esattamente come previsto.

Reduce da film impegnati e di successo, finalmente il regista milanese riesce con quest’opera a creare una perfetta summa di quella che è la sua poetica, rappresentando con un cinismo perverso e grottesco una visione contemporanea tra le più vere e forti della storia del cinema. La pellicola a prima vista appare come una fiera di orrori e gozzoviglie degne di insulti e prive di significato, dove i quattro protagonisti, in un crescendo di follia e di amarezza, passano il tempo consumando i loro bisogni primari, ovvero mangiando, bevendo, riproducendosi, dormendo, orinando e defecando. Ma se dunque ad una prima visione disattenta notiamo tutto ciò, che pur è vero, notiamo altresì una spontanea e voluta esagerazione che, come una fitta nebbia ricopre completamente l’opera dandole un clima e un’apparenza chiaramente grottesco-surreale, volta a caricare un dato aspetto più che a riprodurlo fedelmente, ed è proprio questo che scongiura ogni tipo di critica a riguardo, manifestando anzi l’assoluta originalità e inventiva di un autore tra i maggiori della penisola italiana. Per prima cosa infatti vediamo i quattro protagonisti incarnare in realtà i tipici vizi e aspetti della società qui criticata, ovvero lo spettacolo, la giustizia, il cibo e il sesso: e in base a ciò tutti quanti diventano delle caricature viventi, date unicamente alla dissoluzione e alla dimostrazione il più materiale possibile di ciò che sono. L’intera esistenza di questi personaggi, unici nel loro genere, diventa perciò fonte di derisione ma anche e soprattutto l’effige in sé della banalità e della gravità di uno stile di vita fine a se stesso ed egoista. Ma, oltre a questo e con grande spirito al contempo contestatorio quanto utile, Ferreri non si limita a dipingere un mondo, ma bensì a dare una risposta: infatti vediamo anche che l’ingordigia, l’assoluta degradazione del corpo, non portano a nient’altro che all’inutilità della vita e ad una conclusione mera e disgraziata, dove la morte non è quella reale ma quella già attuata con lo stile di vita attuato. Entrambi infatti soffrono prima di tutto di quello che le loro scelte nella vita li hanno portati a diventare, e cioè delle maschere di se stessi, degli individui completamente borghesi, distintisi dalla massa solo e soltanto per la consapevolezza finale della loro situazione. E in un quadro simile l’unica soluzione diventa l’ultima e definitiva demolizione di se stessi in quanto individui tipo di una società schiava dei propri ritmi e delle proprie manie, e quindi la capitolazione finale della propria esistenza: la morte appunto.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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