Il Posto delle Fragole

fragole

Smultronstället (1957) – Ingmar Bergman / Svezia

Di un fascino folgorante e di un’attualità immortale. Lo stesso anno di un altro lavoro altrettanto importante se non di più (“Il settimo sigillo”), Bergman s’impone sul panorama cinematografico internazionale producendo un altro lavoro magistrale ancora una volta su temi capitali ed estremamente importanti, come sempre, in maniera esemplare; qui infatti il regista prende in esame la senilità, il tempo, la memoria, e ne trae una splendida ed affascinante riflessione densa di spunti straordinariamente originali.

Isak Borg è un anziano professore che viene insignito di un riconoscimento per il cinquantesimo anniversario della propria carriera professionale; ecco che per ritirare il premio egli comincerà un viaggio in macchina in compagnia della nuora con la quale intrattiene un rapporto piuttosto conflittuale, ma il tragitto per raggiungere la meta sarà tempestato di ricordi, rimorsi e ripensamenti: Isak dovrà riprendere completamente in considerazione la propria vita e solo dopo una profonda quanto amara riflessione capirà gli sbagli del passato.

Se fino ad allora il cineasta svedese aveva realizzato per lo più opere minori come “Sogni di donna” o “Sorrisi di una notte d’estate”, di certo si può dire che nel 1957 la sua filmografia abbia preso una piega decisamente più impegnata e di valore. In quell’anno infatti il tema che vede protagonista il contrasto vita-morte viene trattato in ben due lavori, ma se ne Il settimo sigillo ciò che interessava era un analisi approfondita della morte, vista soprattutto da un punto di vista religioso, trattandosi dunque di una visione laica o mistica a seconda delle interpretazioni, per “Il posto delle fragole” va fatto un discorso del tutto a sè stante. Bergman qui lavora sul piano esistenziale da un punto di vista prettamente umano, difatti notiamo un forte intento di immedesimazione nei panni dell’anziano Isak Borg, interpretato egregiamente dal noto regista Victor Sjöström, maestro di Bergman che nella sequenza iniziale del film riprende chiaramente “Il carretto fantasma”, omaggiando così il suo mentore; ed è proprio il personaggio di Isak il mezzo attraverso il quale si arriva a quella che poi è la semantica dell’opera.

La figura del protagonista, che inizialmente appare casta ed estranea ad ogni sorta di vizio, si capirà ben presto nel corso della pellicola impersonare dei lati del tutto inaspettati. Il riaffiorare del suo passato, il riemergere di ricordi e memorie susciterà in lui emozioni forti e profonde a tal punto da arrivare a trasformare in modo netto la propria natura, e sicuramente è proprio questo uno degli spunti più significativi del film: il mutamento interiore derivante da un esame di coscienza che prende in considerazione il proprio trascorso, facendo quindi di questo un vero e proprio oggetto di analisi, ma un’analisi fredda ed oggettiva e perciò spietata, perchè non potrebbe essere altrimenti. Dunque è così che Isak si rende conto degli errori del passato, delle mancanze, di avere vissuto la propria intera esistenza sotto una maschera; a tal proposito, essenziale e genialmente compendiaria l’espressione usata dal protagonista: “Sono morto pur essendo vivo”.

Ma pure in quello che risulta a tutti gli effetti uno dei lavori più intimi nonchè genuini e semplici del regista vi si riscontrano delle trovate assolutamente brillanti come le sequenze che vedono Isak alle prese con il proprio passato ma ancor di più quelle che danno forma alla paura della propria morte, filmate con una fotografia sporca e terribilmente luminosa, quasi accecante, dove gli orologi non hanno lancette quasi a voler significare che il tempo non rappresenta più un unità di misura bensì un pericolo, una minaccia, manifestando in questo modo i terrori e le angosce con le quali il protagonista convive. E se è in queste sequenze, in particolare quella iniziale, che ci viene mostrata al meglio la genialità prettamente scenica e sceneggiativa dell’autore, fortemente efficaci si possono considerare altresì quelle più meste e malinconiche, che accennano al trascorso di Isak con tonalità totalmente differenti ma per le quali non si subisce affatto l’alternanza narrativa, grazie soprattutto all’ottimo lavoro di sceneggiatura, come sempre ben studiata e curata dal regista stesso. Tra tutte da ricordare la più significativa, ossia quella dove vediamo il prato nel quale si soffermano durante il viaggio Isak e Marianne prendere vita nelle memorie di Isak, fungendo così da fonte di un ricordo, quello che vede l’amata cugina Sara raccogliere le fragole per lo zio, ed ecco che il posto delle fragole acquisisce un’importanza fortemente simbolica all’interno dell’opera: esso è lo specchio del proprio trascorso, il luogo che si fa carico delle memorie del passato dandogli luce e lasciando inevitabilmente un profondo rammarico che non è altro se non espressione di dolore esistenziale.

Attraverso quest’immersione nel passato Isak acquista consapevolezza dei propri sbagli ma gli basta questo per redimersi? ed il ricordo, una volta fatto rifugio delle proprie paure, ha realmente valore? il film più che dare una risposta a certe questioni è una profonda riflessione sui temi alle basi di queste, tuttavia ciò che pare chiaro è che il mutamento finale del protagonista, il togliersi di dosso la maschera di scorbutico e il liberarsi di tutti i comportamenti che fino ad allora lo avevano relegato nella solitudine, si possa considerare un riscatto spirituale nonchè una riconciliazione con i propri affetti.

Ciò che fa dell’opera un qualcosa di eccezionale è proprio la capacità dell’autore di trattare temi tanto forti e difficili in maniera profonda e splendidamente leggera così che il racconto non risulti tedioso o spossante. Una superba parabola sulla morte, sul ricordo, sul tempo, ma soprattutto un eterno inno all’amore, quello verso noi stessi ancor più che verso gli altri.

Voto: ★★★★/★★★★★

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3 risposte a Il Posto delle Fragole

  1. Concordo in pieno con la vostra recensione, l’opera rimane una delle più affascinanti e profonde di sempre, anche se a mio parere si merita un 9.

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    • paxy ha detto:

      Sì, c’è stata una leggera rivalutazione sul film non troppo tempo fa. Certo, rimane comunque un ottimo film con una splendida riflessione sulla senilità ma non un capolavoro, ecco.

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  2. Ah ok capisco, poi il bello del Cinema è che ognuno lo valuta a modo suo 😉

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