The Absent

Los ausentes (2014) – Nicolàs Pereda / Messico

Penetrando nella psicologia senile, l’ottica dell’autore diventa quella dell’assenza, quella di un vuoto ancestrale e incolmabile, di una mancanza che diviene ricerca senza meta. Come vari suoi compatrioti (ricordiamo il Villanueva di ‘Penumbra’ o l’Escalante di ‘Los bastardos’) anche Pereda qui si cala nel più profondo dell’animo umano per esplorarne ogni sua sfaccettatura, analizzandone e prendendone in considerazione l’aspetto più personale ed enigmatico e dipingendo questo suo ultimo prodotto cinematografico con un’abilità e una malinconia da encomio. Un film enigmatico e difficile da digerire ma indubbiamente potente e significativo.

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Nel sud del Messico un anziano settantenne si ritrova da un momento all’altro solo e senza un tetto. Prende quindi con sé le poche cose che possiede e inizia un viaggio alla ricerca di volti amici e di un tetto sotto cui vivere, ma soprattutto un viaggio di memorie, di ricordi che si intersecano con la vicenda come frammenti di una vita passata. Conscio infine della sua più totale solitudine l’uomo, dopo una breve sosta presso un vecchio conoscente, riprende il suo cammino.

Nonostante la scarsezza di fatti e la quasi totale mancanza di dialoghi quest’opera si distingue nettamente per la sua grandissima forza espressiva e la sua capacità di relegare il significato di una vita in pochi frammenti. L’inerme protagonista diventa il simbolo di un’era, la consapevolezza della disfatta di un mondo, di fatto schiavo di se stesso e quindi dei suoi stessi meccanismi. Il tempo perde di significato, così come lo spazio, la parola e perfino l’essenza della vita. Perché il povero vecchio si ritrova privato da un momento all’altro di tutto ciò che rappresentava la sua nicchia e rimane solo con la sua memoria, quella di un uomo come più in generale dell’essere umano: la comprensione della miserrima situazione del singolo e della sua vita in confronto a cosa realmente governa la quotidianità, e cioè l’egoismo e l’avidità di privare un uomo del suo unico avere, quel quadrato di terra che ognuno avrebbe diritto di possedere. Se dunque come appena accennato ogni fattore spazio-temporale, ogni minimo riferimento ad un contesto determinato, viene cancellato, ciò che rimane qui è il fatto, quello che riluce agli occhi dello spettatore, la situazione pura e semplice. D’altronde che ciò che si vede non sia nettamente e immediatamente ricollegabile e comprensibile è chiaro, ma ogni situazione, nella sua semplicità e apparente inconsistenza (come il ballo finale di un uomo nella sua casa), rappresenta una normalità che tende di proposito a stonare con ciò che la circonda. E in un simile scenario, al limite dell’apocalittico in tutta la sua tragica quotidianità (vedi la discussione iniziale riguardo all’esproprio e all’abbattimento della casa del protagonista), le vicende dell’anziano messicano diventano universalmente sintomi di una mentalità malata, governata dall’ingiustizia e dalla più totale insensibilità dell’uomo; verso ogni suo simile come a maggior ragione verso la natura e il suo naturale habitat. Lo sguardo dell’animale, un bue, che introduce la pellicola, è unico e quantomai flemmatico in tutta la sua essenza, in quanto chiarificatore e critico, capace di una sincerità e di una spontaneità invidiabili e inimitabili. E come suggerisce il titolo ciò che più si percepisce dagli sguardi dei personaggi è un’assenza, una mancanza generale di un senso, di una spiegazione; un chiedersi perchè la vita diventi un’unica grande sconfitta, senza risposte e senza soluzioni all’immancabile fallimento; e forse ciò che è assente è proprio il senso generale della vita, anche se nonostante tutto il protagonista continua imperterrito il suo viaggio, senza demordere e comunque senza aiuto, portandosi con sè unicamente i suoi ricordi e i suoi pensieri, simbolo della piccolezza dell’uomo di fronte alla vita e della sua eterna schiavitù nei confronti dell’organismo sociale da egli stesso eretto.

Pereda ci regala uno sguardo straordinariamente acuto e penetrante, che riprende la vita in tutta la sua tribolante aridità, cogliendo i momenti e gli aspetti più usuali e caratteristici (come le pulizie di casa o il risveglio mattutino) ma dimostrando spontaneità, profondità e soprattutto semplicità anche con le parole e a questo senso centrale è il dialogo finale tra il vecchio e un suo conoscente. La ridondanza non fa parte dell’opera: per il regista si tratta di cogliere e rappresentare un mondo per tutto ciò che esso provoca coi suoi spietati meccanismi; si tratta di immedesimare lo spettatore nelle vicende del protagonista attraverso la nuda e cruda realtà come può essere l’immagine di una gru che abbatte una casa o quella di un anziano che cammina solo e abbandonato in mezzo ad un bosco. A questo proposito perciò Pereda riesce, tramite la sua spontaneità, a regalare frammenti di vita unici e significativi proprio per quella spontanea voglia di mostrare andando oltre l’atto. Da notare fra le riprese più belle la carrellata iniziale che, partendo da un bue, allarga il campo visivo entrando nella casa del vecchio riprendendolo seduto. Un film difficile da comprendere fino in fondo, che descrive una realtà forse eccessivamente stilizzata e sintetizzata ma che proprio per questo, per la sua naturale autenticità, commuove e regala ciò che più di tutto al cinema d’oggi manca, e cioè l’autenticità stessa. Un grande regia e un grande film: indimenticabile e universale.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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