L’uomo che non c’era

The man who wasn’t there (2001) – Joel e Ethan Coen / USA

Dopo varie pellicole di successo, dal pluripremiato ‘Fargo’ all’ormai cult ‘Il grande Lebowski’, tornano i fratelli più famosi del cinema con un noir epico, dalle tinte fosche e palesemente richiamanti il vecchio cinema anni quaranta. Con questo film infatti i Coen danno un’ulteriore chiave di lettura a quello che è il loro ormai tipico repertorio giallo, dove l’uomo e l’assassino si fondono insieme in un thriller mozzafiato dalle atmosfere uniche e geniali.

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Qui si racconta la storia di un barbiere, Ed Crane, insoddisfatto della sua misera vita e deciso a cambiare e a diventare qualcuno. Inizia così un business di lavaggio a secco, ma nel procurarsi il denaro necessario costringe l’amante segreto della moglie, e nella lotta che ne segue quest’ultimo rimane ucciso. Le colpe ricadono sulla moglie, che viene processata, ma per Ed questo, ben lungi dall’essere il suo inizio,s i rivelerà essere fatale.

Partendo come già preannunciato da basi tipicamente vecchio stile e rispolverando quindi un genere ben poco in voga al giorno d’oggi, i due fratelli riescono ad inserirvi molto bene tutti i tipici elementi a loro cari, creando una sorta di noir dalle riminiscenze Wilderiane (‘Viale del tramonto’) con aggiunta di un tocco di personalizzazione. Fin dall’inizio della pellicola si intuisce nell’aria un clima di negatività, come a preannunciare la nefasta serie di sfortunati eventi che di lì a poco si verificheranno. Il protagonista, prima di ogni altra cosa, contribuisce con la sua aria di pover’uomo, infelice nella sua mediocrità e in cerca di un’appagamento personale che come sempre in questo genere finisce per rovinare chi lo prova. La sua sfrenata voglia di volere di più,di non vedere ciò che invece ha sotto gli occhi tutti i giorni (sia i lati positivi che quelli negativi, come l’adulterio per esempio) lo mette alla strega di un cieco, di un uomo senza ambizioni. E qui subentra l’altro grande punto vincente della pellicola, ovverosia la perfetta resa del clima e della situazione storica. L’America degli anni quaranta è resa qui in tutta la sua nuda e cruda verità, in tutte le sue contraddizioni e falsità: la mania per il gioco, il razzismo sempre più palese, l’insoddisfazione di provincia, la sregolatezza d’abitudini, ogni cosa si va a incastonare nel suo giusto posto come un dipinto senza sbavature, e a questo senso l’uso del bianco e nero diventa praticamente d’obbligo. E quest’insieme di fattori, uniti alla sapiente e affilata ironia, sempre presente in ogni scena, nonostante la drammaticità d’insieme sia la vera propensione di toni, questo rendere ogni tragico svolgimento, dalle varie morti presenti nel film al fallimento totale di un uomo e alla sua fine, tutto ciò rende il suddetto un noir atipico ma al contempo estremamente forte e convincente, che sa cosa dire, segue il suo filo logico, e lo fa con concretezza e abilità tecnica, cosa che poche volte, specialmente la concretezza, si riscontra pienamente nelle opere dei due fratelli registi (vediamo, per citarne uno, il folle, giulivo, assolutamente poco credibile, e fuori dagli schemi, scherzoso andamento del loro precedente film Il grande Lebowski, che mostra di fatto un modo di fare cinema ben lontano dalla ferrea e spontanea forza d’impatto del film in questione).

La sceneggiatura poi, sempre curata dai Coen, è funzionale e regge praticamente da sola l’intero film, risultando una volta di più come il vero valore aggiunto dei registi in causa nonchè la loro vera propensione e abilità cinematografica, più ancora della regia. Qui tutto è funzionale e collaudato tra sé, ogni scena ha uno scopo e ogni ripresa serve ai fini della comprensione, gli attori sono straordinari, soprattutto l’ottimo Billy Bob Thornton, ma anche la stessa Frances McDormand nei panni della moglie di Crane.

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Voto: ★★★/★★★★★

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