La caduta della casa Usher

La chute de la maison Usher (1928) – Jean Epstein / Francia

Con questo splendido riadattamento della celebre opera del maestro del terrore Edgar Allan Poe, il cineasta francese plasma la sua personale visione del cinema in quanto arte della fotogenia, sfruttando e mettendo in pratica al meglio la straordinaria potenza visiva dell’immagine e rendendola in questo caso un’agghiacciante ed estremizzante viaggio suggestivo.

La storia è pressoché uguale a quella dell’omonima opera, tranne che per qualche inserimento di dettagli ispirati ad altri racconti sempre di Poe: un uomo si reca nella villa di un suo vecchio amico, Roderick Usher, chiamato da quest’ultimo a causa della sua depressione. Roderick sta dipingendo la moglie, ma più va avanti col ritratto e più sembra che questo risucchi la vita della donna: lei infatti di li a poco morirà. Strani avvenimenti renderanno l’atmosfera terribilmente tetra e decadente fino al finale, dove l’intero castello prenderà fuoco e lo spettro della moglie tornerà per riprendersi il marito.

Oltre ad essere una delle pellicole più meritevoli e degne di nota in tutto il suo fulgore e la sua qualità, ‘La caduta della casa Usher’ è soprattutto una prova di arte, un’imprescindibile sperimentazione applicata sulla potenza dell’immagine e più in generale sulle diverse tecniche di regia. Qui Epstein riesce incredibilmente a trasformare una trama celeberrima nonché una complessa storia di terrore (forse tra i generi più difficili da rendere), in un incredibile esperienza visiva, che abbaglia in tutta la sua cura per i dettagli e per l’apparato tecnico e che lascia per una volta da parte il mero intreccio per diffondersi sull’intrinseca prova teorica, che ne è alla base e che attua una svolta necessaria nel cinema, fondendo insieme l’arte cinematografica con una teoria di fotogenia e di espressionismo avanzato che in fin dei conti è il valore aggiunto dell’opera. Se difatti è vero che sotto un punto di vista prettamente formale e di impostazione il film in questione si riallaccia fortemente ai canoni espressionisti tipici di opere come, tra le tante, ‘Faust’ o ‘Il gabinetto del dottor Caligari’, è da notare anche che l’intero modo di dirigere e di piegare gli aspetti visivi come la luce, i controcampi, i ralenti e i movimenti di macchina al proprio scopo è peculiare e si distacca da tale movimento cinematografico appena citato. Ad ulteriore riprova di ciò scompare quella centralità ossessiva della ripresa del volto e del portamento dei protagonisti come unico mezzo per rendere le sensazioni e i sentimenti suscitati dall’esterno: ciò infatti è presente, ma non riveste tale importanza in quanto il fondamentale qui, il mezzo attraverso il quale lo spettatore riesce davvero, materialmente ad impaurirsi e a sentire tutta la cupa decadenza presente nel film è la regia, e solo e soltanto essa. La cinepresa è infatti in perenne movimento, gioca continuamente sullo spostamento di prospettiva e sullo stacco ossessivo e compulsivo, diventa di fatto come un elemento naturale aggiunto, alternando rapidità a lentezza, paura ad angoscia per ciò che non si vede ma si intuisce, costruendo un meccanismo di percezione che mette lo spettatore nella posizione di temere soprattutto per ciò che non è visibile. Ed è così che in scene come quella finale la casa prende vita, le tende si muovono, il vento trama invisibilmente tra gli oggetti, i nervi salgono a fior di pelle, il buio completo mette in risalto la tristezza e la distruzione generale del luogo, e il regista si muove costantemente riprendendo la visione d’insieme di quanto detto e mettendo in luce una realtà puramente astratta, dominata dalle sensazioni e da un irrealtà che è la base dell’elemento paura.

Molto più che in tutte le sue precedenti e successive opere, tra cui spiccano comunque alte dimostrazioni di cinema come ‘Coeur fidele’ o  ‘La belle Nivernaise’, straordinarie pur nella loro scarsa popolarità, qui Epstein mette in luce il suo chiaro intento, e cioè quello di un cinema messo al servizio della raffinatezza dell’immagine e della ripresa speculare di ogni contesto, senza tralasciare nessun aspetto funzionale al proprio scopo e unendo una saggia teoria con un’abilissima messa in pratica direttiva. Mai come nella suddetta pellicola si è visto un cinema completamente asservito alla duttile arte che è l’arte stessa; al cioè ricercare la perfezione, non per spirito egoistico o per superbia, ma unicamente per quell’altezza di ideali che porta il vero cineasta a realizzare un film come un Leonardo da Vinci dipingerebbe una sua tela.

Voto: ★★★★/★★★★★

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