Arca Russa

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Russkiy kovcheg (2002) – Aleksandr Sokurov / Russia

Straordinario. Di una potenza visiva e di un’innovatività mozzafiato. Un opera dell’arte, nel senso che è arte e nel contempo la rappresenta in tutto il suo splendore. L’allora poco noto regista russo segna con quest’opera una svolta decisiva alla sua carriera con un film indimenticabile e maestoso come se ne vedono a tutt’ora davvero pochi.

Un regista dei nostri giorni si ritrova catapultato senza motivo nel prestigioso Hermitage di San Pietroburgo. Accompagnato da un bizzarro quanto simpatico diplomatico francese d’altri tempi ed invisibile ad ognuno, egli si ritroverà a percorrere tre secoli di Russia, dallo zarismo fino in prossimità della rivoluzione del novecento, in un continuo cambiare e divenire che mostrerà sotto una luce da loro sconosciuta la storia del grande paese che è la Russia.

La potenza delle immagini proposte, l’utilizzo di un unico grande piano-sequenza per girare l’intero film, la resa continua e ininterrotta, sempre in corso e sempre in mutamento, del tempo e dell’elemento storico della vicenda,rendono la suddetta pellicola un viaggio davvero straordinario, dove il culto dell’ arte, del ricordo e del rispetto per il passato, e infine dell’esemplicizzata e perciò assai complessa messa in mostra della storia dell’uomo attraverso pochi attimi, catturati e impressi su pellicola come frammenti di un ricordo perduto, diventa un piacere per gli occhi. Ed è proprio così che appare il film: qui Sokurov attua proprio un lavoro di recupero del proprio passato nazionale, costruendo un film dentro ad un film, cercando di racchiudere in maniera riassuntiva ma al contempo essenziale e di grande impatto la Russia così come era prima dei giorni d’oggi, e cercando forse di darsi così una spiegazione sul come siamo diventati ciò che siamo (un po’ come andrà a continuare nel successivo “Faust”): e nel complesso lavoro tecnico che sta dietro all’opera va compresa una necessità sbrigativa e di apparente superficialità, problemi però ai quali il cineasta fa fronte con massima destrezza. “Arca Russa” infatti non annoia mai, non permette mai allo spettatore di distrarsi, anzi. Il vagare dei due personaggi (anche se materialmente parlando poi è una sola la persona, ovverosia quella del diplomatico) diventa uno scambio di opinioni riguardo alla cultura artistica europea e nel contempo una contemplazione davvero spettacolare delle bellezze artistiche di uno dei musei più ricchi ed apprezzabili del mondo. La Storia assume qui un ruolo molto didascalico e, come già detto per necessità chiaramente riassuntive, viene portata ad incastonare come ricordi sparsi in una mente confusa le persone e le occasioni storiche più diverse e lontane tra loro. Da incontri solenni tra ambasciatore e zar a meravigliose recite, da feste solenni fino all’ultimo, sontuosissimo balletto in costume che, pur nella sua prolungata durata, risulta come l’apice e il manifesto di un film che non ha proprio niente da rimproverarsi in tutta la sua maestosità e perfezione.

Distaccandosi notevolmente da opere precedenti come “Madre e figlio”, improntate maggiormente su una chiave di riflessione psicologica ed esistenziale, qui il maestro russo decide di trattare la Storia senza scendere nello storico; senza, per spiegarsi meglio, dare al suo film un’impronta prettamente narrativa e incentrata sul passato e sulla mera ripresa di fatti antecedenti, ma confrontandosi invece con la Storia stessa in maniera quasi astratta e surreale, cercando di rendere il racconto come un’opera d’arte, come un dipinto; come qualcosa da osservare e da vivere, senza pensare troppo o commemorare, ma unicamente come gesto di contemplazione di un qualcosa che appunto fa parte dell’arte, unendo due mondi (l’Arte e la Storia quindi) e fondendolo insieme, ma sempre con l’adeguata dose di realismo. Quella che ne viene fuori è perciò una voglia, una volontà, esemplificativa, che non guarda al mondo con impegno e materialità ma semmai come ad un qualcosa da apprezzare e da ricordare in tutta la sua bellezza, come per far riscoprire ed apprezzare al suo spettatore il lato nascosto e meno visibile di un passato perduto ed oramai impossibile da ricordare per chiunque.

Tecnicamente poi l’opera è semplicemente unica. Il monumentale piano-sequenza che accompagna lo spettatore incessantemente per novanta minuti da alla vicenda un tocco di surrealismo e di astratto che fa immedesimare chi osserva senza scampo. Ogni figura appare quasi come un fantasma, come un ombra sfuggevole e inafferrabile, introdotta unicamente per essere guardata e immagazzinata in tutto quello che rappresenta. Un viaggio nel tempo che si dimostra in fin dei conti quantomai potente e capace di regalare emozioni e di far scaturire considerazioni davvero inaspettate; una fonte perpetua di sensazioni in continuo turbinio.

Sokurov riesce qui a catturare un insieme di realtà e ad unirle insieme, creando un affresco magico e stupefacente e dimostrando che la Storia non è solo una serie di fatti ma anche e soprattutto la capacità di sapersi confrontare, in quanto esseri umani, con ciò che eravamo e con ciò ciò nel quale credevamo, stabilendo in definitiva un collegamento imperituro tra pellicola e realtà ma anche verità, che è il vero scopo del cinema. Un film perciò straordinario e potente, che emoziona e che permette di riscoprire l’essenzialità di una visione d’insieme tra passato e presente davvero fondamentale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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