L’impiccagione

Kôshikei (1968) – Nagisa Oshima / Giappone

La storia è apparentemente molto semplice: un uomo, accusato e condannato per stupro e omicidio, è in procinto di essere giustiziato tramite impiccagione quando, una volta messa in atto la condanna, si scopre che l’accusato è stranamente ancora vivo. Dopo poco egli rinviene, ma completamente privo di memoria. Starà ai carcerieri e ai funzionari statali cercare di fargli ricordare l’avvenuto: dopo una serie di innumerevoli tentativi e ancora maggiori interventi e fatti straordinariamente surreali l’uomo ricorderà tutto ma non riconoscerà comunque giusta la sua condanna, e al momento della riformulazione della sentenza egli svanirà misteriosamente nel nulla.

Guardando la filmografia dell’autore ci si rende conto immediatamente della sua grandissima versatilità, della sua superba abilità nel rendere alla perfezione generi così diversi tra loro e di riuscire in contemporanea a rinnovare così bene il proprio stile. Se infatti in film come ‘La cerimonia’ mostra uno stile complicatissimo, intrecciato e snodato come un pagliaio in tutto il suo rigore formale, in ‘Ecco l’impero dei sensi’ un senso del moderno e della provocazione altrettanto innovativi e ben resi,qui si dà ad una storia apparentemente (e soprattutto osservando l’inizio del film) e di fatto critica e storica, per poi deviare verso un atmosfera sempre più ironica e grottesca, senza lasciare da parte le vicende ma connubiandole con una resa dell’ambientazione e dei toni semplicemente unici in tutta la loro carica personale e innovativa. Come appena detto infatti la pellicola inizia con un minuzioso quanto professionale documentario riguardo al carcere in questione, alla sua struttura, e alle sue diverse attività, fino ad arrivare all’impiccagione della storia, e in quel momento il narratore lascia la parola al film vero e proprio. Tutto ciò denota, in primis la presenza di un effettivo intento serio e attualizzante, volto comunque a far comprendere la situazione e il contesto stesso del film, per secondo la volontà di far sentire un immediato stacco sensazionale tra il drammatico dell’introduzione e il surreale del proseguimento, e quindi una tendenza all’ironico che accompagnerà l’intero film in maniera sempre più calcata.

Attraverso i tentativi dei carcerieri e dei funzionari di far ricordare al condannato le proprie azioni (cosa che occuperà l’intero film) il regista mette in piedi un teatrino farsesco e poco credibile, screditando pesantemente la pena di morte e i metodi carcerari, ma anche dando libero sfogo al proprio estro stilistico e permettendo un’innegabile tendenza al ridicolo e all’incredibile. In questo lasso di tempo dunque succederanno le più bizzarre e strane faccende: materializzazioni e scomparse improvvise di persone sconosciute, omicidi e cambiamenti di idea fortuiti e inspiegabili, personaggi che riescono a vedere fatti e cose col solo convincimento personale: e sempre il protagonista che, fino all’ultimo secondo dell’opera, rimarrà fermamente stabile nella sua perdita di memoria, mettendo sempre più in ridicolo le azioni degli impazziti funzionari. Dunque nonostante quello che sembra un costante ciclo ripetitivo e sempre uguale, l’elemento onirico non permette mai alcuna distrazione o noia, lasciando lo spettatore in balia delle vicende.

L’umorismo nero e l’assurdo si fondono con una tecnica fantastica in un connubio perfetto. La macchina da presa osserva le vicende con un occhio critico e sornione, sottolineando in ogni azione il suo retroscena innegabilmente assurdo: però assurdo in quanto sbagliato, non per lo stile col quale viene reso, e lo spettatore viene invogliato suo malgrado a prendere posizione alla critica in atto e a riderci sopra, trascinato dai ritmi sempre incalzanti e onirici.

Voto: ★★★★/★★★★★

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