Giù la testa

Giù la testa (1971) – Sergio Leone / Italia

Siamo in Messico, durante la celebre rivoluzione capeggiata fra i tanti da Pancho Villa. Un peone, durante una delle sue scorribande attuate insieme alla sua numerosa famiglia, incontra un rivoluzionario dell’IRA in fuga dal suo paese, John Mallory, e, scopertolo esperto dinamitardo, decide di utilizzarlo per assaltare e derubare la celeberrima banca di Mesa Verde: a sua insaputa però verrà trascinato dal suo nuovo compare nel bel mezzo delle azioni rivoluzionarie, fino a diventarne uno dei massimi eroi e perdere, durante le azioni di battaglia, sia l’intera famiglia che anche l’ormai inseparabile amico John.

duck, you sucker!1

Pur in qualità di western atipico, in quanto dai toni più drammatici e storici del consueto, quello in causa si dimostra come uno dei più fulgidi e rappresentativi esempi di grande cinema western italiano, portando il regista Leone ad un livello più alto e impegnativo di cinema, cosa che poi ribadirà col suo indimenticabile ‘C’era una volta in America’, e nonostante tutto riuscendo ad alternare con sapienza toni ironici e toni seri con tatto e intelligenza, superando tutto quello che aveva mostrato nei suoi primi film. La pellicola inizia subito con la presentazione minuziosissima e particolareggiata del protagonista Juan, povero peone vestito di abiti logori e presentato perciò in tutta la sua misera e rozza figura. Ma il regista a questo punto si lascia andare ad una dimostrazione di stile davvero forte e pesante: salito su di una carovana di ricchi esponenti della borghesia e del clero americano, egli viene guardato e deriso da tutti loro, e il regista mostra allo spettatore, mentre tutti i personaggi deridono Juan, le loro bocche intente a masticare cibo in una serie di primissimi piani quasi inaccettabili, mentre in un secondo momento essi stessi saranno derubati, spogliati, brutalizzati e poi gettati in un porcile, chiaro ribaltamento di posizioni, attacco diretto dell’autore nei confronti della ricchezza e dello snobismo americano verso i messicani, ma anche di differenza sociale tra la povertà dello stesso Messico e la straricchezza e potenza degli statunitensi. E, seppur in maniera più mitigata e alternata con le vicissitudine di Juan e John, l’intera opera riuscirà con grande abilità e coscienza a ribadire contemporaneamente alla storia il messaggio storico del contesto rivoluzionario e delle sue vere conseguenze sul popolo e la gente dell’epoca, sempre in un già citato gioco di ironia-tristezza grandemente riuscito.

Come però spesso notato nei film del regista (in particolare all’interno della trilogia del tempo, dove il suddetto risulta il secondo capitolo), quest’ultimo si lascia andare spesso a virtuosismi tanto azzeccati e di grandissimo impatto e nostalgia quanto forse in qualche caso troppo azzardati e fuori posto. Qui in particolare notiamo, oltre all’inizio del film già previamente discusso, una straordinaria parentesi che si riallaccia in maniera perfettamente speculare con quella presente in ‘C’era una volta il west’, e cioè quella del parallelismo tra il presente e le drammatiche riminiscenze della principale figura del film (in questo caso John). Le figure di Leone infatti quasi sempre hanno alle loro spalle un tragico passato (si veda anche il Gianmaria Volontè di ‘Per qualche dollaro in più’ e il Charles Bronson di ‘C’era una volta il west’, senza contare che l’intero ‘C’era una volta in America’ è una grande, unica riminiscenza, un continuo incastonarsi di ricordi, rimorsi e pensieri) che segna profondamente le vicende in corso al tempo reale. ‘Giù la testa’ infatti è scolpito nella memoria di ogni italiano come le famose sequenze dove John, ogni volta con più dettagli, ricorda l’episodio che portò alla morte del suo migliore amico sotto le note della splendida colonna sonora di Ennio Morricone che intona un soffuso e lieve Sean (riferito al soprannome di John). La rivoluzione è analizzata quindi, come già fatto similmente ne ‘Il buono, il brutto e il cattivo’, come un’atto umano: insensato, futile, brutale e che si ripercuote inevitabilmente sulla povera gente, causando solo devastazione e desolazione. E Leone riesce a rendere e sintetizzare tutto ciò con grande spirito critico e coscienza, denunciando l’atto bellico in tutta la sua essenza e in tutto ciò che esso include e significa. Interessante poi anche l’aspetto della morte definitiva della figura dell’eroe western, cosa questa tipica del suddetto genere negli anni settanta, che però ribadisce anche sul piano tematico e strutturale la già denotata crescita cinematografica del regista italiano.

Sintetizzando perciò possiamo notare qui un uso attento ed estremamente maturo che Leone fa dei principali aspetti della vita, rendendo la morte, il passato, le speranze, ma anche l’amicizia e l’amore, come fattori quasi fisicamente presenti in tutta la loro profonda concettualizzazione e approfondimento, cosa che per esempio non notiamo assolutamente nei primi due capitoli della trilogia del dollaro, e in esigua dose nel terzo. Una maturità che però investe lo spettatore anche sotto un profilo tecnico. La regia qui è quasi percepibile come un attore, e alterna come già detto momenti di grande virtuosismo e sapiente uso con piani-sequenza e primi piani davvero forti, soprattutto se accompagnati come in questo caso da una musica straordinaria. Da ricordare le formidabili interpretazioni dei protagonisti James Coburn e Rod Steiger, calati alla perfezione nel loro ruolo.

duck, you sucker!2

Voto: ★★★/★★★★★

Questa voce è stata pubblicata in Cult film, Film genre e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...