Sopravvivere la propria vita

Prezit svuj zivot (2010) – Jan Svankmajer / Repubblica Ceca

Un uomo conduce due vite parallele: una nella vita reale, dove è oramai felicemente sposato da anni, e un’altra nei suoi sogni, dove vive con una giovane in un appartamentino semi-arredato. Incuriosito da tutto ciò e deciso a scoprire il significato dei suoi “viaggi notturni”, si reca da una psicologa, ma scopre così il modo di procurarsi tali visioni surreali, costruendosi un mondo parallelo.

Tramite un ironico e sbeffeggiatorio antefatto il regista stesso introduce le vicende che seguiranno, e subito dopo si viene catapultati nel sogno del protagonista, dove niente pare abbia un senso e dove tra una giovane donna e un’improbabile vincita all’enalotto il mondo stesso crolla sotto la direzione invisibile di un inconscio irrazionale e degenerato, che sotto le ferree leggi psicanalitiche di Freud si scoprirà essere frutto delle passate esperienze dell’uomo e delle sue insoddisfazioni quotidiane. Se da una prima, sommaria interpretazione può sembrare che niente abbia una sua logica e un suo senso, cosa prettamente voluta e provocatoria, si intuisce altresì una vasta e complessa gamma di elementi profondamente intrinsechi alla natura dell’uomo e alla sua vita che rendono il quadro di visione complessivo maestosamente sensato e suggestivo.

Un universo articolato, una supponente allegoria umana dove ogni inserimento surreale rappresenta la complessità dell’io e come in Freud il mondo che viene a crearsi di conseguenza è la scomposizione dell’essere in ogni sua pulsione e sentimento, che essi siano sessuali, familiari, lavorativi, o semplicemente passioni e desideri nascosti e mai venuti a galla. E così la psicologia diviene qui solo il mezzo, il pretesto, tramite il quale presentare l’iter dell’intera ideologia dell’autore, che ben si adatta e riassume a questo tipo di rappresentazione illogica. Ed è proprio così che tramite le opere del cineasta ceco si comprende appieno un’unione tra vero e finto, tra reale e surreale, che è il chiaro simbolo di un’idea di avvicinamento e di stretta fratellanza di due mondi così diversi e cosi legati l’uno all’altro. Le immagini presentate per mezzo di quell’ormai tipica e conosciuta tecnica di animazione svankmajeriana danno una chiave di lettura ed un tono generale all’opera, una cadenza, che pur nella sua spinta ironia e comica farsesca, non può, specialmente nel finale, non lasciare un certo rimpianto riguardo alla propria vita e alle proprie personali convinzioni: il protagonista infatti, tramite i suoi sogni, ritorna sul suo passato tracciando finalmente delle conclusioni riguardo a sua madre, al trauma subìto dalla perdita della stessa, che hanno dell’angoscioso in tutta la loro tragica rivelazione (celebre da ricordare la sequenza nella quale si nota l’uomo imparare a nuotare in una vasca bagnata di rosso, proprio similmente all’unico ricordo che conservava della madre). Il gioco che a conti fatti è al centro delle opere del regista, si nota essere un’alternanza tra orrorifico, terrorizzante e farsesco, che non punta alla semplice paura o al disgusto (come in ‘Otesánek’) ma proprio all’altalenanza che questo particolare accostamento rappresenta

Voto: ★★★/★★★★★

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