I dannati di Varsavia

Kanal (1957) – Andrzej Wajda / Polonia  

Uno dei più grandi nomi del cinema polacco trova qui, al suo terzo lungometraggio, uno dei suoi più grandi successi, un vero classico che introduce alla perfezione quella che sarà poi la poetica preponderante dell’artista, ovvero quella dedicata alla guerra e agli effetti di essa sul suo Paese. Con la seguente opera Wajda si impone all’attenzione mondiale conquistando il rinomato Premio Speciale della Giuria di Cannes, ma soprattutto dimostrando un rigore, una passione e una tecnica davvero uniche e toccanti; le storie del regista in questione rimarranno infatti impresse nell’immaginario cinematografico di ogni cultore per la loro forza espressiva e per la grande commozione che suscitano in chi le guarda.

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La pellicola introduce fin dall’inizio il contesto: siamo nel ’44, sul finire del secondo conflitto mondiale, nella Varsavia ancora quasi interamente occupata dai tedeschi. Un gruppo di ribelli della resistenza polacca, ormai dispersa e frammentata, riceve l’ordine di riunirsi alle truppe rimanenti, ma per farlo si trova costretta ad usufruire dei condotti di fognatura della città. Inizierà un viaggio tremendo, in condizioni al limite della sopportabilità, dove i protagonisti verranno decimati e dispersi fino a rivoltarsi perfino l’uno contro l’altro. Tra le figure di spicco il tenente Zadra e il sergente Kula: quando infine la vigliaccheria del sergente segnerà la fine di tutti i componenti del gruppo, una volta arrivato Zadra dovrà tornare indietro a cercarli, conscio del suo destino.

L’ancora attivo e dunque prolifico autore polacco inizia con la seguente opera un percorso di impegno storico-narrativo che lo porterà a segnare a tappe immaginarie la storia del suo Paese, con spirito nazionalista e con la capacità di sapersi continuamente reinventare. Con ‘I dannati di Varsavia’ egli mette in scena una storia davvero toccante e profonda, dove il fattore che regna incontrastato è la forte vena realista:essa permea completamente la vicenda, dando un ottica particolarmente profonda e toccante ai protagonisti e al loro contesto e, come in una rappresentazione teatrale, lasciando manovrare la stessa proprio dai personaggi, così da renderla appunto credibile e di grande impatto emotivo. Un po’ come ne ‘Il buco’ di Becker, senza bisogno di interventi d’autore o trame particolarmente fitte e intessute, Wajda qui introduce lo sfondo storico per poi far dirigere l’intera vicenda alle sue figure, caratterizzandole di una forte vena umana e caricandoli di sentimenti,quindi paura, coraggio, patriottismo, viltà così da penetrare nel profondo dello spettatore, appassionandolo alla vicenda. Molte infatti saranno le sequenze toccanti, come quella dello scontro tra Zadra e Kula o come i vari, difficoltosi, avanzamenti nella fognatura, dove la mancanza di ossigeno, l’acqua mandataci, il gas, il buio e le granate, ne rendevano la permanenza impossibile.

La presa di posizione del regista è netta ed è quasi obbligatoria. Come primo, maggiore esponente cinematografico post-bellico del suo Paese, Wajda si lancia ferocemente contro il popolo tedesco e i nazionalismi sfrenati, che hanno distrutto la Polonia e che sono la causa delle guerre. E nonostante la sua crescita successiva e la trasposizione del suo pensiero in opere come ‘Paesaggio dopo la battaglia’ o ‘Katyn’, il suddetto non giungerà più a quella sincerità e a quella forza espressiva che ha contraddistinto tanto il seguente film come il successivo ‘Cenere e diamanti’, il suo vero successo personale.

Emergono dal suo stile una tendenza al piano-sequenza lungo, al continuo movimento che palesa una volontà registica esterna di osservazione distaccata, come a voler mostrare e a far giudicare solo da quel che viene osservato. I personaggi di Wajda sono tanto profondi e credibili in quanto vengono mostrati sempre dall’esterno e mai attraverso primi piani o col loro stesso punto di vista.

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Voto: ★★★/★★★★★

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